C’era una volta la mamma che aspettava la figlia che rientrasse la sera

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Si vedeva in penombra una figura che quasi contemplasse tutto quello che passava sotto il suo balcone. Una donna, con le braccia appoggiate sulla ringhiera e lo sguardo che spostava solo verso la fine della strada. Guardava come se volesse vedere un arrivo: quello di sua figlia che rincasasse. La sera. Dopo la passeggiata insieme alle amiche. Solo questo.

Un’attesa che ricordava quella di Ulisse di ritorno dalla guerra di Troia: tante Penelope che non avevano una tela da disfare, ma assolutamente nulla tra le mani. Mani che erano quasi sempre con le dita intrecciate: si tenevano e si facevano coraggio a vicenda, come in un abbraccio. Il tempo, tempo fa, scorreva più velocemente di oggi: un’ora di assenza di una figlia in casa, sembrava un’eternità.

Si aspettavano le figlie, e non i figli: loro non avevano un posto di rilievo come “salvaguardia della specie”. I maschi è come se avessero un lasciapassare per fare quasi tutto quello che volevano. Potevano rientrare in casa anche il mattino dopo. Le figlie no: dovevano rientrare entro le 22. Dopo, era successo qualcosa!!

Ma anche se non fosse successo nulla, non era buon segno: dopo le 22 qualcosa poteva succedere o doveva succedere da lì a poco, qualche giorno dopo o al massimo dopo un mese: erano avvisaglie!! Le dieci di sera era l’ultimatum come segnale orario, oltre, la gente poteva dire che quella ragazza non fosse seria. Le lancette dell’orologio scandivano la serietà delle ragazze che stavano crescendo.

Dai giochi in strada al viale, il passo era brevissimo: nel giro di pochi mesi la pubertà faceva da apripista ad un nuovo modo di vedere la vita. E soprattutto la Natura dettava legge: il corpo e la mente prendevano forme a volte inaspettate, cambiando il carattere a ragazzine che fino a poco tempo prima nessuno avesse mai sospettato.

Intanto la mamma è ancora lì che aspetta, e le 22 stanno per scattare. Se la figura della figlia non veniva avvistata dal balcone, allora si chiedeva ai passanti se per caso avessero visto, diciamo, Maria sul viale. Quasi nessuna mamma osava chiedere se avessero visto la propria figlia in villa!! La villa era un altro mondo, un altro posto da raggiungere dopo, in altre situazioni: quando si aveva il fidanzato. Un altro problema.

E se nessuno avesse visto Maria sul viale, e allora la mamma scendeva dal balcone e si posizionava davanti la porta d’ingresso di quella abitazione: la tappa di avvicinamento verso il viale per cercare Maria stava per iniziare. “Sacc, se vaje allu pizz la strada, o par brutt”. La mente iniziava a lavorare: “Mia figlia dove sta, a quest’ora?”

Sarà scappata con un ragazzo che nessuno conosce, oppure sta “allu cleb” con le amiche e gli amci(??!!), è andata a San Giovanni alla discoteca. La discoteca. Un luogo quasi al limite tra l’ignoto e l’impudicizia, un confine che pochi ragazzi e ragazze della mia età hanno avuto “il coraggio” di attraversare. In discoteca ci vanno le ragazze che non provano vergogna, si sentiva dire tanti decenni fa. E non sia mai una mamma la mattina dopo dovesse sentirsi dire dalle amiche che la propria figlia la sera prima stava in discoteca: tutta la famiglia sarebbe stata accusata!!

Meglio togliere questa ipotesi dalla mente di una madre, concentriamoci sull’attesa. Ancora a chiedere ai passanti: “Avete visto Maria sul viale?” E nessuno aveva visto Maria sul viale, anche chiedendo non più dal balcone, ma fuori dalla porta di casa. E allora la mamma prende coraggio e va “allu pizz la strada” dove può chiedere a più passanti.

A questo punto conviene chiedere se sua figlia è stata vista in villa, ormai. Niente: nemmeno in villa è stata vista Maria. Adesso il cerchio si restringe: sono rimasti “lu cleb”, “sotta li cerretedd” e “int la machena”. Chissà quali di questi posti “infami” fosse quello più pericoloso.

Senza dubbio “int la machena”, ma la macchina non tutti i giovani ce l’avevano, e quindi le possibilità erano molto limitate. Un’illuminazione: “Ancora è juta int lu boschett”. E da questo momento in poi “calava la scurda nnant l’occhiera!!!” “Lu boschett”, una specie di selva oscura dove chi entrava perdeva tutte le speranze di potersi sposare “come dio comanda!!!” Questo posto si trovava sulla parte alta di via Gravina, a fianco dell’Opera Pia, dove tanti decenni fa c’era una zona verde rigogliosa, e la leggenda vuole che fosse stato un luogo dove i fidanzati più temerari si appartavano.

Sì, ma anche se fosse stata “allu boschett” comunque doveva rientrare a quest’ora. E invece la mamma è ancora lì, in fondo la strada. La sua strada, ma tra poco forse si sposterà di qualche strada più in là, per avvicinarsi “a mezz lu chian”.

Sarebbero stati troppi passi che non sarebbero passati inosservati a troppe persone, è meglio restare nella propria strada di residenza. Le 22 sono passate da tempo, conviene rientrare, e la mamma rientra a casa. E trova sua figlia: era rientrata dall’altra estremità della strada. Aveva solo fatto ritardo, niente di più.

Un ritardo che faranno tutte le ragazze, niente di patologico, è la natura delle cose che va così: si cresceva. E anche la mamme sono cresciute: le lancette dell’orologio, per loro, non dicono ormai più nulla.

Soundtrack: “Il tempo se ne va” – Adriano Celentano

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Mario Ciro Ciavarella Aurelio