Una donna, una storia: Dalla stanza di Silvia

È sempre un discorso di prospettive. Punti di vista. Soggettività. Anche quando si parla di poesia o comunque di sentimenti. Anche se a volte questi coincidono. In quel caso quegli animi sono uguali.

E trovare due animi che vivono intensamente uguali sentimenti, e magari sono vicini dirimpettai, allora c’è qualcosa che va oltre la logica. E il tutto va ricercato in un destino poetico che ha fatto incontrare due anime che hanno condiviso tutto, anche se a distanza, le stesse sofferenze: Giacomo Leopardi e Teresa Fattorini, conosciuta come Silvia.

La Famiglia Leopardi da due anni ha aperto al pubblico la casa di «Silvia», le antiche scuderie di Palazzo Leopardi dove visse Teresa Fattorini, la «Silvia» del celebre canto. Teresa Fattorini, nata il 10 ottobre 1797, era la figlia del cocchiere di casa Leopardi, morì a causa della tubercolosi nel settembre 1818, all’età di soli ventuno anni.

Il titolo della poesia dedicata a Silvia e non a Teresa, è da ricercare nel termine “senhal”, uno pseudonimo poetico usato nella poesia cortese del Medioevo.

Questo poema non è una dichiarazione d’amore, ma è un’amara riflessione sulla vita e la giovinezza. Teresa e Giacomo condividevano condizioni simili e parallele: giovinezza, illusioni, speranze, sogni, delusioni.

Tutti abbiamo almeno una volta immaginato di affacciarci dalle finestre del palazzo Leopardi di Recanati, per ammirare la siepe che escludeva al poeta l’orizzonte, e di vedere Silvia, nella casa di fronte dedicarsi alle faccende domestiche, al telaio, nonostante la sua condizione fisica non fosse delle migliori.

Sappiamo tutto delle viste poetiche di Leopardi, ma cosa avrà pensato Silvia nel vedere la vita quotidiana della famiglia Leopardi? Avrà visto lusso, cavalli, carrozze, ospiti che entravano in quel palazzo. Avrà visto anche tanti libri che “muravano” altri muri delle stanze dei suoi padroni. Libri che avevano dentro di loro tutto lo scibile umano. Anche se lì dentro non erano riposte le soluzioni ai tanti perché della vita. Testi di storia, geografia, filosofia, però mai aperti da Silvia, ma immaginati con tante figure disegnate su quelle pagine.

Disegni fatti per spiegare a quelli che non sapevano leggere che il mondo aveva una sua perfezione. Fatta ad immagine di dio. Una perfezione che non dava nessun dubbio che domani ci sarebbe stato di nuovo il sole, e che tra non molto la luna sarebbe apparsa.

Una sapienza, quella di Silvia, fatta non con la cultura, ma con la sua natura di donna sofferente. Consapevole della caducità della vita, così come Leopardi ben sapeva. I libri di Silvia erano stampati sulla sua pelle, nelle sue ossa. Ad ogni dolore che quella ragazza provava, era come aprire un capitolo della storia dell’Uomo. E lì poteva leggere come spiegarsi il perché della coscienza umana. Che tutto sa ma poco risolve. 

I libri di Silvia erano senza copertina: non aveva tempo da perdere, ma già nelle prime pagine c’era il sommario di quella condizione umana. Un sommario molto dettagliato, dove in pochi secondi si trovava quello che si cercava.

E le parole erano sempre quelle: giovinezza, illusioni, speranze, sogni, delusioni. Ad ogni dolore di Silvia, si apriva un capitolo dove cercava di trovare la terapia giusta. E trovava poesie. Forse le stesse che Leopardi leggeva quando Silvia chiudeva le finestre di casa sua.

E quando quelle finestre si riaprivano il giorno dopo, i due dirimpettai, a memoria, decantavano i versi letti la sera prima. E vedere se le parole che aiutano a vivere fossero le stesse.     

Mario Ciro CIAVARELLA AURELIO

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