Un’opera, una storia: “Viandante su un mare di nebbia”

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Avrà scalato una montagna per chissà quante ore. Poi è arrivato in cima e ha ammirato quello che c’era dietro quel monte. E si è fermato, non sappiamo per quanto tempo. Ma si sarà fermato il tempo giusto per capire dove finisce il mondo. Non siamo mai sazi di sapere: quello che conosciamo vive a pochi chilometri da noi, o addirittura metri. Ma vogliamo sempre capire cosa c’è al di là di un qualcosa che ci esclude lo sguardo.

Come la siepe leopardiana che non permetteva al poeta di vedere oltre, ma lui riusciva a capire “l’oltre” ugualmente: con l’anima. Con il suo modo di concepire non dio, ma la Natura: dio se c’è non si può concepire, ma immaginare. Il viandante che ammira il mare di nebbia non ancora ha saputo cosa c’è sotto tutta quella nebbia: persone o natura vergine. E aspetta che il tutto si diradi, e possa mostrare altri aspetti della vita ancora non conosciuti.

La fatica. Chissà quanto avrà sudato per arrivare su quel monte. Caspar David Friedrich, l’autore del dipinto (1818) non ce lo fa intendere, ma pensiamo che non abbia faticato molto lo scalatore: sembra tonico, lo sguardo fermo, la schiena dritta e il vestito in ordine.  

Oppure è andato fin là sopra per cercare qualcuno che non vede da tempo. Come per molti Berlinesi, che per 28 anni non videro amici e parenti: separati da un muro, non voluto dalla Natura, ma da una specie vivente che sul nostro pianeta nulla ha aggiunto a quello che già esisteva? Il viandante lo potremmo benissimo considerare un tedesco dell’est che sta cercando i propri cari che non vede da qualche ora, o anni. 

Quel muro voluto dai comunisti ha straziato l’anima di milioni di tedeschi orientali che vivevano nella parte est della Germania. E tanti altri tedeschi che per caso in quella notte del 13 agosto del 1961, si ritrovarono nella parte ovest, vedendosi impossibilitati a rientrare nelle proprie abitazioni. Quel monte potrebbe essere la sommità del muro di Berlino: si può solo guardare per poco tempo, si rischia di essere uccisi da militari dell’est.

Il viandante del quadro sembra celebrare, con il suo isolamento eroico, un Romanticismo che annienta i sensi: si è consapevoli di quanto siamo impotenti quando gli eventi dei propri simili sfidano le leggi di natura. Poca reciprocità, e tanto egoismo e ingiustizia. Un Romanticismo che farebbe invidia a poeti che forse non avrebbero mai pensato fin dove l’uomo potesse spingersi: farlo soffrire e piangere, e desiderare l’impossibile. Un Romanticismo estremo.

Su quel muro il viandante riflette: cos’altro potrà vedere di nuovo dopo aver visto tutto ciò che l’essere umano sia capace? Forse non scalerà altre cime (o muri): dietro potrà vedere già natura e umanità conosciute altrove. Come a Berlino…

Mario Ciro CIAVARELLA AURELIO