Elenchi di vita

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di Mario Ciro CIAVARELLA

Non tutti erano lì sopra. Ma solo quelli che potevano permettersi di parlare con i loro “simili”. Come una cerchia, un gruppo chiuso. Come quelli che oggi non vogliono far sapere a tutti che sono ancora in vita, o che genere di vita svolgono. Ma proteggono l’anonimato in tutti i modi, mettendo un lucchetto virtuale a siti o profili ai quali non possono accedere tutti, ma solo alcuni loro amici. L’anonimato non sempre ha un solo motivo: anche la paura fa mettere dei lucchetti a siti e profili informatici.

Qualche decennio fa non era così: si voleva a tutti i costi che si sapesse che la nostra esistenza in vita… fosse viva!! Si cercava di informare più persone possibile per far sì che si sapesse che anche noi stavamo lì sopra! Su un elenco, dove molti ti cercavano, anche solo per curiosità: volevano vedere se il tuo nome fosse stato inserito, quell’anno, sull’elenco telefonico!!

E quando cercavano, trovavano e leggevano per la prima volta il tuo nome, cognome e numero telefonico, almeno una volta ti chiamavano. Per vedere se c’era la linea. Per ascoltare la tua voce in un modo “diverso”. Per ascoltare una voce umana “contraffatta” da un lungo filo telefonico. Spesso si gridava quando si parlava con l’altro utente che ti rispondeva dalla sua cornetta, che magari era residente nella strada a fianco.

Ma il tutto partiva da un elenco. Quello telefonico. Monumentale, enciclopedico, esagerato, pesante, autorevole, duro, severo, unico, e tanti altri aggettivi che contraddistinguevano una pubblicazione che annualmente ti arrivava in casa. Spesso ti veniva recapitato da ragazzini che si erano presi l’onere di portarti l’elenco dell’anno nuovo, però prima si doveva restituire quello vecchio.

E appena arrivava l’elenco telefonico, subito si andava a cercare il proprio cognome nella città di residenza. Soprattutto quando era la prima volta. Quando ti veniva attaccata la linea telefonica e finalmente si poteva telefonare, l’elenco telefonico dell’anno successivo doveva contenere per forza anche il tuo numero telefonico. E subito lì si andava a cercare: 0882/8341… e si controllava se eri vivo per i tuoi simili: quelli che come te avevano il telefono in casa!! Poichè tanti anni fa non tutti avevano il telefono che adesso chiamiamo, fisso!

Ed era una bella soddisfazione. Poi si chiamavano i vicini di casa per rendere pubblica la novità in casa tua. I vicini di casa entravano, però non lo toccavano! Il tuo telefono lo potevi toccare solo tu!! Lo si ammirava come una reliquia di un santo che era appena sbarcata dalla Terra Santa. Lo si ammirava da molto vicino, come se fosse un po’ diverso da quello degli altri utenti. Ma erano tutti uguali: cubici, color grigio elefante, e pesavano.

E subito si apriva l’elenco telefonico all’amico o al parente, aperto alla pagina dove c’era anche il tuo numero. E lo si scriveva su un pezzo di carta che veniva dato a chi potesse servire, ed aspettare che squillasse. Per vedere se il telefono ce l’avessero dato… vivo. E allora per avere la prova che fosse presente il “respiro vitale” del telefono, si telefonava ad un parente, uno qualsiasi, per fare ascoltare lo squillo a tutti i presenti.

E dopo che l’amico aveva risposto alla tua telefonata, gli si chiedeva di farla a te. E dopo pochi secondi, il tuo telefono vagiva. Come un neonato che aveva appena visto la luce. I primi vagiti del proprio apparecchio telefonico non si scordano mai. Si aveva la sensazione che fossero diversi uno dall’altro, che ogni telefono avesse un timbro vocale diverso di squillo. Poiché quello era il nostro telefono!!

Intanto l’elenco telefonico veniva sfogliato per vedere se ci fossero novità: se altre utenze negli ultimi mesi fossero nate. Con la curiosità di scovare altri “neo patentati telefonici”, e immediatamente lo si chiamava dicendo: “Uè, pure tu con il telefono? Non lo sapevo, l’ho appena saputo sfogliando l’elenco telefonico che mi è appena arrivato”.

E si continuava a sfilare l’elenco telefonico alla ricerca di amicizie perse con la speranza di riallacciarle, grazie al telefono appena installato. Dopo una prima esplorazione dell’elenco, si andava sulle pagine dove c’erano i “Numeri utili”, quelle utenze telefoniche che prima o poi dovevano servire: Carabinieri, Vigili Urbani, Vigili del Fuoco, Ospedale, Pronto Soccorso, Guardia Medica, e tutto ciò che potesse servire da un momento all’altro.

Nelle pagine centrali, che erano a colori, c’erano le pubblicità, soprattutto di mobilifici, ma anche di Pompe Funebri (un’altra utenza che prima o poi sarebbe servita…) Si ammiravano, in quelle pubblicità, la bellezza dei locali, dei saloni e tutto ciò che nei piccoli paesi non poteva esserci. La pubblicità della “Standa” di Foggia era bellissima: prendeva due pagine intere a colori!! E per un ragazzino degli anni ’70 vedere quelle reclame non era poco.

Negli anni ’70 il nostro elenco telefonico aveva in copertina solo pubblicità “poco attraenti”: un collage di parole e immagini che non davano un tono giusto a quello che era l’elenco telefonico. E quell’elenco comprendeva i numeri telefonici di “Bari, Foggia e Province”. Invece negli anni ’80 cambiò la grafica delle copertine: misero i monumenti caratteristici delle città di quella Provincia, con uno sfondo verde scuro. Ricordo che l’elenco telefonico di “Foggia e provincia” del 1981 aveva sulla copertina la foto del Convento di San Matteo di San Marco in Lamis. Ed era una soddisfazione!! Vedere un pezzo di storia del proprio paese sull’elenco telefonico. Era un imprimatur sociale, come dire: tutti sanno che esistiamo anche noi.

Gli anziani quando dovevano cercare un numero telefonico spesso si rivolgevano ai vicini di casa: i numeri erano stampati in piccolo, troppo piccolo. E dopo aver individuato il numero cercato, si telefonava. Si infilava il dito nel “disco selettore”, così si chiamava il cerchietto che conteneva i numeri da zero a nove. E quando il disco girava, nessuno parlava, tutti facevano silenzio, per vedere se si prendeva la linea. Molti non sapevano che per cercare un utente bisognava farlo in ordine alfabetico, e si leggevano quasi tutti i numeri che potessero “somigliare” a quello che ricordavano a memoria. Nella ricerca si ascoltava una specie di litania laica infinita.

Numeri su numeri, ripensandoci bene erano quelli ci differenziavano uno dall’altro, di poco: di una cifra. Non si è mai capito con quale criterio venissero assegnati i numeri telefonici, se in ordine di arrivo oppure alfabetico. A volte i numeri venivano cambiati, e dovevi avvisare in poco tempo tutti quelli che ti conoscevano.

Per curiosità leggevo l’elenco telefonico come se fosse un’enciclopedia: volevo vedere quanti cognomi “strani” potessero esserci nella nostra Provincia. Ma soprattutto cercavo quanti “Ciavarella” c’erano in ogni paese della Provincia di Foggia. Alcuni avevano due cognomi e anche i nomi spesso erano più di due. Normalmente veniva messo come registrazione sull’elenco telefonico il nome del capofamiglia, quando si chiamava quel numero era come se si chiamasse tutto quel nucleo famigliare.  Non è come adesso che ognuno ha il suo numero di cellulare, ma c’era un solo numero per tutti, per il telefono fisso della SIP.

Qualche volta quando chiamavi, ti veniva risposto che la persona cercata non era in casa; invece c’era, e in sottofondo si sentiva: “Dì che non ci sono…”. Le cornette di una volta non avevano il vivavoce (anche se si sentivano altre voci…)  ma non erano male tecnologicamente parlando.

I lutti erano i momenti più atroci, di quando si dovevano comunicare morti improvvise o momenti non proprio belli per alcuni. Se in quella famiglia che si doveva contattare per dare notizie infauste non avevano il telefono, si chiamava la vicina di casa per espletare l’arduo compito di recarsi presso la famiglia tale e dire che una disgrazia era successa in altri luoghi, lontani dal paese natio, ad un parente.

L’elenco telefonico era sempre posizionato sotto al telefono, in un apposito spazio ricavato in qualche modo. Telefono ed elenco era un binomio imprescindibile: uno doveva tenere conto dell’altro. Spesso erano sporchi, maltrattati, poco curati, con le pagine sbiadite. Non lo dico come un atto di disprezzo verso le persone che trattassero male tale pubblicazione, ma per dire che in quelle famiglie veniva usato quasi tutti i giorni, sempre alla ricerca di qualcuno da contattare.

Era un libro dove le vite degli altri avevano un valore, e non solo un numero. Ogni numero identificava un nucleo famigliare, dove non si doveva telefonare di pomeriggio presto: qualcuno poteva dormire. E nemmeno di sera si poteva telefonare: per molti era tardi come orario. All’ora di pranzo poteva dare fastidio.

Quel numero di telefono, di quella casa, si poteva comporlo come quando si entra in una chiesa: in punta di piedi.