RACCONTO|La Gigantessa

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di Angelo e Antonio DEL VECCHIO

In occasione della “giornata mondiale del libro, mai così significativa, come in questo momento del pianeta. Lo è ovviamente per via del “Restoacasa” e del tempo cospicuo a nostra disposizione per aprire e leggere per davvero un buon libro.

Pertanto, vi sottoponiamo alcune pagine del v. “Giornale di scavo”, ancora fresco di stampa, edito a cura di chi scrive e del figlio Angelo appena un mese fa. Si tratta di un libro, ispirato a Grotta Paglicci di Arturo Palma di Cesnola, paleontologo – archeologo di fama internazionale dell’Università di Siena, nonché cittadino onorario di Rignano Garganico, scomparso lo scorso anno in quel di Firenze, sua città natale. L’autore con scherzosa e raffinata ironia ci parla di una ipotetica e rocambolesca campagna di scavo, condotta in un certo tempo e luogo, con personaggi e nomi altrettanto bizzarri e fantasiosi, ben descritti nelle loro sembianze e caratteri. Ecco alcune pagine:

“…Gran brutto segno, quando uno cessa di stupirsi. Ma io, questa soddisfazione, all’incipiente vecchiaia ancora non gliela do. Come gli anni precedenti, guardo la colorata fauna che popola lo scavo, e torno a chiedermi: chi sono, da dove saltan fuori; e vengono per che? Tanta gente e così eterogenea si do convegno qui: colti e ignoranti, autentici passionari e curiosi travestiti da entusiasti (magari anche spie dei clandestini?), oziosi, semplici amanti dell’aria aperta, eroi vaganti in cerca d’una qualsiasi medaglia…Eppure – nella loro spontanea partecipazione ci deve essere un denominatore comune, un qualcosa che li mette insieme. Che potrebbe essere (non voglio pensare alla moda) la prospettiva di un’avventura, il desiderio di affondare per un certo tempo in una realtà diversa da quella cotidiana e trita, quasi una droga intellettuale o appena il sapore di essa, che si coglie nell’espressione degli occhi, nelle parole profferite dagli altri, nei gesti calcolati e quasi magici che si compiono in uno scavo- Tutto questo, forse, ed altro.

Per esempio il Berlenghi, Di lui so poco o nulla. So che è come una capra. Gli scarponi piantati sulla roccia; emergenti dagli scarponi, due gambe sottili, nervose. Se c’è da scalare, si chiama sempre il Berlenghi. Per sua fortuna i serbatoi dell’acqua (che serve al lavaggio del materiale di scavo) si trovano in alto, molto in alto sopra la grotta. Ogni tanto s’intasa un tupo, si rompe un rubinetto; o bisogna ricaricare i cassoni con la motopompa. Lui allora è felice. Lo “Stambecc – Berlenghi” si afferra agli spuntoni, mette avanti uno scarpone, lo punta, piega il ginocchio; e l’altra gamba scatta in su come una molla, trascinandosi tutto il corpo snello; finché scompare, biondo e appena trafelato, tra rocce e cespugli di lentisco.

Ma cosa avrà capito del nostro lavoro? Dicono che qualche volta si droghi. Droga leggera, s’intende, ma qui non ne ha mai avuto bisogno. E dopo aver lavorato come un negro, a piantare tende, a montare il cantiere, a trasportare attrezzi, domani il Berlenghi parte già; forse sua moglie è scappata con un altro, forse dovrà – visto che è insegnante di latino – dar qualche ripetizione per mandare avanti la baracca, con un figlio di tre anni da sfamare.

Che cosa dunque si porterà indietro, tornando al Nord, nel suo grosso sacco da montagna pieno di tasche, tintinnante di catenelle e moschettoni? Eppure è contento. Ha mangiato poco, bevuto un po’ di più, ha riso a tratti, improvvisamente, rumorosamente, con l’aria poi di chiederne perdono on gli occhi azzurri di bambino smarrito. Domani parte e, strano a dirsi, anche di questo sembra contento.

Forse tornerà l’anno prossimo – così dice -; oppure non lo vedremo più. Una meteora che non lasci altra traccia di sé che un breve sfarfallio d’allegria e insieme di tristezza.

La Cantimori, una che non manca mai. Decisamente abbonata. Impiegata di banca, vive sola con una zia, le sue ferie immancabilmente le dedica ai nostri scavi. È alta uno e ottantasei, e ce lo ripete ogni anno, come se nel frattempo lei avesse potuto mutare statura o, piuttosto, noi dimenticarci delle sue dimensioni cospicue. Ma è invece solo una difesa: lo dice – e precisa puntualmente che la gamba da sola fa un metro e venti – e nel dirlo acquista un’angoscia che abita in lei, nella sua statura e insieme, di riflesso – e lei presume – nei nostri occhi, colmi di uno stupore ogni anno rinnovantesi. Ciò accade per lo più i primi giorni di scavo. Poi il demone, placato, seppure non del tutto vinto, sonnecchia sotto la possante arcata delle sue spalle di atleta. Ma non è affatto un’atleta. Fragile come una ragazzetta che solo abbia paura d’esser cresciuta smisuratamente, pari a una pianta di cui si veda solo il fusto, mentre la chioma è persa al di sopra, troppo al di sopra di quella d’ogni altra. Parla di solito in terza persona Maria Teresa, così si chiama, e non tralascia mai di anteporre Maria a Teresa, quasi che la sua quantità richiedesse un nome adeguatamente lungo. “2Maria Teresa si è seduta: vuol dire che la grotta (le rare volte che vi è ammessa) ha tremato, l’asse di legno che tiene sospeso lo scavatore sopra il terreno dello scavo si è avvallata paurosamente, ha scricchiolato – Ma non esageriamo, pesa soltanto settantaquattro chili, anche questo sappiamo; ed io allora, che passo gli ottanta, che dovrei fare? -.

Sfoglia continuamente un album di vignette sul proprio conto, così evita, ridendone lei stessa per prima, che altri abbiano a ironizzare sulla sua persona, sui suoi movimenti impacciati, angolosi, le sue proporzioni che non si adattano alle normali pratiche cotidiane. “Maria Teresa ha portato via di netto l’architrave della porta”. Poveretta lei, che ne serba un ematoma bel visibile sulla fronte, quando questa le si libera dai riccioli castani. E invece vuole dire: poveretti voi, che dovete sopportare ogni giorno, ad ogni momento le mie misure fuori ordinanza.

Maria Teresa: parla in terza persona, appunto come fanno i bambini che non hanno ancora riconosciuto il proprio io; ma preferisce tenerlo il più possibile fuori da sé. Esser lì dentro a quella gran massa di polpe e d’ossa è scomodo; meglio essere dentro e insieme un tantino fuori, per poter proclamare in ogni momento: ecco, lo sapevo; e anche voi lo sapevate, perché vene avevo avvertiti. Non per nulla l’appellativo di “Gigantessa” se l’è dato lei stessa.

Ma la Gigantessa non è solo intenta a difendersi da accuse immaginarie. Molte volte sembra riconciliarsi col suo stesso massiccio aspetto: quando di questo si serve come di uno scudo per difendere il più debole, o semplicemente chi nel gruppo r un motivo o per l’altro (timidezza, paura di fondo temporanea incapacità di legare con gli altri) sia rimasto un po’ alla periferia. Il suo lungo corpo di pitone buono gli si acciambella intorno protettivo, caldo, materno, tutto bisbigli e domanda e sollecitudini incalzanti. Finche la “vittima”, presa, non cede, non si lascia andare, aprendosi al dialogo, magari alle confessioni più intime – come faccia a non so-: ha la capacità di suscitare gli sfoghi più impensabili, di spremere i succhi più gelosi; per poi riporli n un marsupio di discrezione altrettanto gelosa.

Gelosa per modo di dire. Siamo molto amici con la Gigantessa. Qualche volta viene a raccontarmele tutte, quelle storielle; lo fa però a bassa voce, con espressioni rotte, cifre ermetiche, allusive e battendo forte le palpebre: come se in tal modo non tradisse proprio del tutto la fiducia riposta dalle “vittime” nella sua rasserenane forza pitonesca. Io spesso ne rido, lei si arrabbia e subito smette, perché ha capito che io, per quanto scienziato, professore, non sono abbastanza serio per questo genere di cose, che non so coglierne il senso. Mentre la sua vorrebbe essere forse una manifestazione di stima, chissà, l’offerta come un mazzolino di fiori amorosi>>…(pp. da 14 a 17 de “Giornale di scavo”,  in copia anastatica di dattiloscritto Olivetti Lettere 42 ). Buona lettura!