Raffaele Cera, fenomenologia di una catarsi

Print Friendly, PDF & Email

di Luigi Ciavarella

Vi è relazione tra football e Opera Lirica? Tra la Juventus e Puccini, per esempio?

Un interrogativo che chiaramente presuppone due passione contrapposte per tanti diversi motivi, anzi possiamo considerarle finanche agli antipodi, ma non per il professor Raffaele Cera che, innamorato da sempre di entrambe, si trovò, qualche settimana fa, nel dilemma di dover scegliere se seguire una gara della sua squadra del cuore, la Juventus, (che incontrava il Porto in Champion League) oppure assistere alla contemporanea trasmissione in TV dell’Opera “Turandot” di Giacomo Puccini.

Il calcio contro la musica operistica, due eventi televisivi distanti quindi un bel problema per il professore. Io avrei scelto senza alcun dubbio la seconda soluzione, ma per un tifoso come lui, per tradizione familiare, peraltro, da sempre tifoso bianco-nero, rappresenta un bel quesito: guardare la gara o il concerto? Ovviamente Raffaele Cera prova a seguirle entrambe, sbirciando un po’ su un canale e un po’ sull’altro. Almeno sino a quando la sua Juventus non soccombe davanti alla superiorità degli avversari.

Ma la svolta comincia quando, dopo un primo gol subìto, la Juventus ne riceve un altro gettando così nello sconforto il professore il quale, deluso dalla condotta della sua squadra, passa alla Turandot proprio nel momento in cui “la giovane Liù, schiava di Tumur, il vecchio re tartaro (…) decide di uccidersi piuttosto che rivelare sotto tortura il nome del giovane Calaf…”, facendo seguire da questo imprevisto cambio di programma una conflittuale riflessione.

Una riflessione che nasce sull’onda del disappunto per le sorti della partita e quindi il passaggio e la conseguente ammirazione per lo spettacolo dell’Opera, che gli appare adesso in tutta la sua grandezza (“struggente e sublime bellezza”), come se la delusione per la sconfitta gli avesse ispirato ai suoi occhi una compensazione dell’animo, un appagamento. Appunto una catarsi così come egli, in conclusione, ben definisce : “E’ uno scarto psicologico che fa riflettere sul potere della musica di modificare in maniera decisiva la capacità dell’essere umano di fronte alle diverse situazioni esistenziali in cui egli trova ad operare”.