Mamma mia la “p’lègne”, racconto semiserio per i bambini dei tempi andati

Print Friendly, PDF & Email

di Antonio Del Vecchio

Che cos’è la “p’lègne“? Pare che sia una comodità casalinga, capace di contenere un po’ di tutto e soprattutto di alleggerire con il suo uso le faccende del quotidiano.

Era indispensabile al pari della “Sétarole” o del “farnare”, entrambi utilizzati per la cernita della farina e del grano. Le prime avevano il disotto bucato a misura, l’ultimo, al contrario, era formato da una lamiera intera. A sostenerle ci pensava un fodero in legno di forma circolare. Tutti e tre gli arnesi campeggiavano appesi alle parete, similmente alle batterie, in rame e non, di pentole e utensili vari per la cucina, compreso lo ‘Stuppidde’ per le misure piccole, mentre per quelle superiori ci si avvaleva della ‘mézzetta’ e della stadera.

La parola ‘ pélègne’ è contenuta in un racconto che si faceva nei tempi andati ai piccolissimi, prima di mandarli a letto. Esso s’intitolava, infatti, ‘Mamme M’norch’, la fata cattiva e pelosa che viveva assieme al marito M’nurch’in fondo al canale sotto il paese. Ecco il testo del racconto:

“Una mattina comare Maria, dopo aver spazzato a fondo il pavimento in terra battuta della sua casa (lo erano quasi tutte quelle a piano terra), un monolocale ubicato nel borgo antico, dove era racchiuso a quel tempo l’intera popolazione. Un giorno la donna chiamò a sé la sua unica figlia di sette anni, dicendole “Lina, raccogli la ‘Ménnèzze’, mettila nella p’lègne e vai subito a buttarla al mondizaio. Il luogo si trovava a pochi passi ai bordi del pendio della collina, detto le Mura, a ricordo delle antiche vestigia che circondavano nel lontano passato il paese.

La bimba non se lo fece dire due volte. Con la pala raccolse la terra mista ad altri resti e riempì sino all’orlo il contenitore, quindi con il carico in testa, in pochi minuti arrivò al luogo del deposito. E qui nel tentativo di scaricarlo all’improvviso l’intero involucro le scappò di mano e rotolò giù dalla ripida discesa, disperdendo a dritta e a manca il suo contenuto.

Lina a questo punto si sentì perduta e comincìò a lamentarsi e poi a gridare: “Mamma mije la pélègne! Mamma mije la pélègne ! Al che una voce cavernosa, proveniente dal basso le faceva eco: “Cale’ cchiù sotte che la truve”. Lei titubò dapprima, temendo di cadere lungo la ripida discesa, ma poi si avventurò con l’intento di recuperare la pélègne” e di evitare di conseguenza di essere sgridata in malo modo, se non addirittura picchiata dalla mamma.

Intanto, la malcapitata, mentre scendeva seguendo la voce continuava, come in un ritornello, “Mamma mije la p’lègne, Mamma mije la p’lègne…, seguito dal cavernoso e suadente invito: “ Cale cchiù sotte che la truve.. La discesa, tra rovi, grossi massi di pietre e macere, da superare durò una mezzora. All’improvviso si parò di fronte Mamme M’norche. Era un donnone grasso e grosso, che le disse subito, vieni con me, che ti dò la “p’lègne”.

L’interpellata, sospinta dalla soddisfazione di aver finalmente rintracciato l’oggetto perduto, non badò né alla forma sguaiata dell’accompagnatrice, né alla sua voce rauca, ubbidì senza batter ciglio. Raggiunsero in pochi istanti un antro oscuro a malapena coperto dai rami di un salice piangente. Vi entrarono e apparve loro il M’norche, non meno grande e sguaiato della moglie.

Lui disse subito: brava bambina! Hai avuto coraggio e non ti deluderò. Prima di darti la p’légne, mi devi fare alcuni servizi. Mi devi spazzare da cima in fondo tutto il mio antro, così come fa tua mamma e tu stessa a casa tua. La ragazza, impacciata com’era, titubò per pochi secondi, ma poi acconsentì. Prendendo a due mani la grossa ramazza datale da Mamme M’norche e si mise subito a pulire. Il lavoro durò per tre giorni e tre notti, senza interruzione alcuna, perché strano a dirsi ella per via di una virtù magica non provava né fame e sete e neppure sonno.

Alla fine, la casa brillò da ogni punto di vista e M’norche ne fu contento, come non mai e perciò volle premiare l’interessata. Per piacere, Lina, profferì- metti la mano in quel buco, indicandone nel contempo la sede con il dito. Ella ubbidì e senza timore sprofondò la sua mano nel foro e la tirò indietro dopo pochi attimi, colma di pietre preziose, collane e bracciali di oro puro. Merce, quest’ultima, che, d’accordo con il suo interlocutore, mise subito nelle tasche. Invitata, rifece il gesto più volte, sino a quanto ne poté contenere.

A questo punto, M’norche, restituendole la p’lègne, la baciò come se fosse sua figlia e ordinò alla moglie di accompagnarla sino a casa lassù in paese. Furono sopra in pochi attimi, come se avessero le ali. Mamme M’norche sparì subito, mentre comare Maria, sentendo bussare la porta l’aprì e si vide di fronte la figlia che credeva ormai perduta per sempre. Fu stracontenta di rivederla.

Con i gioielli comprarono la casa più bella del paese e così mamma e figlia vissero felici e contenti. Lo furono ancor di più dopo il matrimonio della figlia con il principe azzurro e la nascita di tanti principini.

N.B. Le ‘e’ non accentate o finale delle parole dialettali sono mute ‘alla francese