La specie imprevista n.522: Per grazia ricevuta (o non ancora)

L’umanità (forse non tutta) la potremmo dividere in due grandi categorie: in quella dei miracolati e in quella in cui ci sono coloro che aspettano degli eventi inspiegabili. Nella categoria dei miracolati, si potrebbero inserire non solo quelli che hanno avuto una grazia dal Signore, riuscendo a guarire da gravi malattie; ma anche quelli che fanno, quello che fanno, senza saperlo fare(!?)

Invece in quelli che aspettano un miracolo, potremmo inserire coloro che sono gravemente ammalati e sono in attesa della guarigione inspiegabile, e potremmo inserire anche quelli che aspettano di poter fare qualcosa, anche se non la sanno fare(!?)

In pratica un buon 80% della popolazione mondiale è racchiusa in queste categorie. E il restante 20% come lo si potrebbe catalogare? Diciamo che comunque vivono, a prescindere, in attesa di qualcosa che accada; in una parola: precariato.

Eppure c’è un posto nel Mondo dove queste tre categorie (miracolati, in attesa di miracolo e gente comunque… esistente in vita), si incrociano. E l’incontro avviene in Spagna, in Galizia, nella città di Las Nieves, dove ogni anno il 29 luglio nel villaggio di As Nevese, Pontevedra, una folla di pellegrini si raccoglie per la messa delle 12:00 e per prendere parte alla successiva processione, caratterizzata da bare con persone vive, penitenti che richiedono l’intervento miracoloso per guarire da una grave malattia o come ringraziamento per una scampata morte.

La processione di bare è presieduta dall’immagine di Santa Marta de Ribarteme, accompagnata da San Benito e la Vergine del Carmelo. Personalmente faccio sempre più fatica a capire come la mente umana possa arrivare a pensare delle esibizioni del genere.

È difficile capire il perché di molte gesta che l’uomo compie anche giornalmente, figuriamoci quando poi ci si mette dentro anche uno squarcio di religiosità che non abbia né capo e né coda. La bara in questo caso, penso, ha il doppio “incarico”, di essere una placenta per quelli che sono stati miracolati: come se ci fosse stata una seconda rinascita; e l’altro incarico della bara è quello di essere una cassa di risonanza per attirare l’attenzione del divino nei casi in cui il fedele richieda a gran voce il miracolo per poter guarire.

Il tutto, insomma, gira intorno alla bara: è quello l’oggetto senza il quale nulla potrebbe accadere. Oppure la bara potrebbe essere, inconsciamente, un qualcosa che si voglia evitare: come dire, mi ci metto dentro adesso per evitare di farlo dopo. Ma se vogliamo cercare un collegamento evangelico tra la bara e la santa festeggiata, e allora il tutto potrebbe essere più logico.

Infatti la santa festeggiata quel giorno, è Santa Marta de Ribarteme, e Marta è la sorella di Lazzaro, l’uomo resuscitato da Gesù, dopo che Marta lo rimprovera di non essere stato lì tre giorni prima, quando Lazzaro morì. Se Gesù fosse stato in quel posto, Lazzaro non sarebbe morto. E a quel punto Cristo fece risorgere Lazzaro come tutti sappiamo.

E questo potrebbe essere il collegamento tra: malati, bara e Lazzaro. Penso che sia questo il nesso più logico in questa processione. Vedere dei parenti stesi in una bara, non penso che sia una delle “panoramiche” tra le più belle che ci auguriamo, ma il tutto potrebbe essere interpretato anche, come quando su una barella, il paziente viene portato in sala operatoria. E lo si saluta dicendogli: “Non ti preoccupare che l’intervento andrà bene”.

Non so come possano sentirsi i “barati” alla fine di questa processione, che tra l’altro arriva al cimitero per poi girarsi e ritornare alla chiesa da dove era partita. Sembra che non ci siano statistiche attendibili sull’esito di questo rito. Voglio dire: non sappiamo se ci sono miracoli.

Ma forse il miracolo più grande è quello di sapere di essere dotati di una coscienza, e a volte di saperla usare. A volte. Solo che non riusciamo a capire quando questo “a volte” avviene…

Soundtrack: “Gocce di memoria” – Giorgia

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Mario Ciro CIAVARELLA AURELIO