La controra

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Una rete che separa l’ingresso di un’abitazione, dal sole che vive bene fuori nella sua stagione. Una mano discosta quella rete, e poi la lascia; e poi la discosta di nuovo: un volto guarda fuori verso ombre di uomini che ancora non nascono. E poi la lascia. E poi mosche che si aggrappano a quella rete per vedere dove finisce la loro fatica. E poi anche loro lasciano l’impresa: e volano via. Solitudine.

Silenzio che nessuno ha il coraggio di uccidere. Passi che nessuno ha il coraggio di generare. Voci che nessuno ha la voglia  di far nascere. Tutto non parla. E Tutto aspetta che qualcuno dia vita alla fine della controra. È quando si aspetta la resurrezione degli uomini che ritornano a vivere, dopo essersi cibati. O dopo essersi riposati, dopo aver lavorato. Spazio temporale forse non pensato nei primi sette giorni della creazione.

Ma ideato dopo: quando l’umanità ha gridato al Fattore di aver bisogno di un po’ di riposo, dopo parole e gesta iniziate dall’alba e finite prima di pranzare. E il Fattore il settimo giorno, quello del suo riposo, dette anche agli uomini un riposo a tempo determinato. Nè troppo corto e nemmeno troppo lungo: giusto il tempo di chiudere e aprire gli occhi per allontanarsi da quello fatto poche ore prima. Una rigenerazione fatta da attimi fuggenti: in quei momenti o mai più.   

È il sole il padrone della controra: se c’è lui, c’è anche lei. Se lui non è presente, nemmeno la controra ha voglia di esserci. È il sole che comanda gi animi umani, quando d’estate gli uomini  vogliono chiudere gli occhi, non per dormire, ma per assentarsi, da una vita spesso greve. Assenza fatta da pensieri che non vogliono uscire da menti che non concepiscono pensieri e parole da proferire per il dopo. Nulla è più forte della controra. Il momento che dio ha voluto dare come un dono in più tra la Luce e il Buio.

Una via di mezzo tra la vita e la morte, tra il sonno e la veglia. Ma poi finisce. E finisce quando lo decidiamo noi: ognuno decide che la sua controra è finita in quel momento. Non ci sono canti di galli che danno il via alla fine della controra. Ogni uomo è padrone del suo momento in cui bisogna dire basta: e alzarsi da una sedia spesso in bilico appoggiata su una parete, e aprire gli occhi, e continuare a fare quello che si stava facendo poche ore prima.

Le donne prima spesso parlavano: e dopo la controra continuano quello che stavano facendo: parlare. Raccontare l’ultimo episodio narrato in precedenza: riassunto del pettegolezzo precedente. Ma prima escono di casa: scostano la solita rete, fanno uscire prima la sedia, e poi loro. La sedia. un trono pieno di autorevolezza, degno di una faraona: mai nessuna donna ha proferito sentenze o assoluzioni stando in piedi. Ha bisogno di sedersi. Appena la controra inizia a finire.

È importante prendere posizione prima che finisca la sua vita la controra: se sei l’ultima che arrivi, non sai quello che le altre donne hanno raccontato (anche di te). La posizione da assumere è quella di spalle verso il sole: troppa luce negli occhi potrebbe farti raccontare solo la verità!! Dare le spalle ai raggi del sole è come proteggersi da un sole-giudice, che ti interroga e vuole sapere da te solo i fatti!! E non le tue opinioni.

Poi arrivano le altre, sempre precedute dalle loro sedie, portate davanti a loro come uno spartiacque, e prendono posizione di fianco o a semicerchio. Intanto la controra è ancora lì, ancora non va via. Sa di avere i minuti contati ma vuole anche lei dire la sua: vado via quando mi sono stancata di sentire quello che l’umanità ha da dire. E poi va via.

Il silenzio di qualche ora prima non esiste più: ora ci sono le parole, le lamentele, le risate, brevi momenti di riflessione: troppo brevi. E si continua a discutere, la controra ormai sa tutto di tutti. E va a riposare anche lei: domani ritornerà e cercherà di ricordare tutti i dettagli delle storie ascoltare il giorno prima. E giudicherà i buoni dai cattivi. Solo che sarà difficile capire quali siano i buoni e i cattivi: dipende da chi parla.

E la controra sa anche questo: ecco perché non dura un anno intero. Ma solo pochi mesi: ha bisogno di dimenticare.

Mario Ciro Ciavarella Aurelio