“RETRATTE PAJESANE”, ecco il capolavoro di Ciro Iannacone e Antonio Villani

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Dopo quattro album digitali dai contenuti cantautorati e un numero imprecisato di concerti e performance di varia natura musicale, Ciro Iannacone torna a far parlare di sé con un nuovo lavoro che lo estranea (temporaneamente?) dal mondo di cui finora ha fatto parte. Il nuovo album, pubblicato da poco, scritto in collaborazione con il poeta vernacolare Antonio Villani, gli consente di esprimersi anche su questi versanti della canzone popolare dialettale. Quindi un capitolo nuovo e importante nella vita artistica del cantautore sammarchese. Un nuovo percorso, di cui non conosciamo il futuro, in cui la parola acquista una centralità autorevole poiché, grazie ai testi del noto poeta sammarchese, egli può espandere il proprio talento su nuovi territori, confrontandosi così con una materia che lo eleva in maniera considerevole visti i risultati raggiunti.    

L’album, uscito poche settimane fa, – si intitola “Ritratte Pajesane” – rappresenta per il nostro paese (ma direi per tutta la cultura garganica) un evento di straordinaria lucidità espressiva poiché mette in relazione voce, musica e poesia su un piano emotivo che ha pochi precedenti nella storia della musica a San Marco in Lamis. Una base su cui la bellezza, il sentimento e l’interpretazione assumono una varietà di temi molto seducenti. A cominciare dal brano d’apertura Nu jurne ajuste dedicata al tragico fatto di sangue che vide coinvolti due nostri innocenti concittadini – i fratelli Luciani – (Non ponne vedé chiù/come cadene le stelle/e asscì lu sol/da sope Montenere), il cui ricordo ci investe di una folata di emozioni crescenti pari alla sua interpretazione. Ma già con Brrejante d’amore, il brano successivo, il tema diventa più gradevole (Nu gride, na sckuppettata/vatte le para li nnamurate) come d’altronde anche l’impertinente Razejuccua (Pare come fosse passate/’na mana cu lla chianozza/e dda tempe j’essa facesse/la cura lu ferrefelate), l’impietoso (e divertente) ritratto che ne fanno di una figura femminile. Ma i brani più importanti che elevano il lavoro oltre misura sono Parlame ancora e Portame, (“Parleme, parleme/e incanteme ancora/sciugghie stu nudeche/che jè ffatte allu core”_ Parleme ancora, oppure “Ce assemmegghiame ‘nu poche/alli nuvole che stanne ‘nciele,/dormone sempe sonne chine”­_ Portame), due arie romantiche di grande respiro emozionale, possedute da una bellezza coinvolgente, crepuscolare, dove gli arrangiamenti di Ciro Iannacone, la sua voce e quella di Sara La Porta assumono proporzioni epiche. Senz’altro due classici da aggiungere al catalogo della nostra storia popolar tradizionale. Altri brani, da Lu vucculicchie, Patre senza figghe, Ritratte, Neveca, Ianna menè e La cumpagnia (con la fisarmonica di Domenico La Sala), rappresentano i tanti ritratti, le ombre e tutti gli stati d’animo che ci hanno fatto crescere come comunità. Sentimenti vissuti con tutta la nostalgia e la passione che servono per alimentare nel tempo una leggenda, che la bella e solare copertina (realizzata da Felice Nardella) ci suggerisce le radici, che il poeta Antonio Villani, poeta vernacolare e Ciro Iannacone, musicista impareggiabile, ci hanno fatto rivivere, grazie a un incontro avvenuto per caso che sa tanto di miracoloso. Una amicizia che ha portato a compimento un album che definirlo un capolavoro è il giusto valore.

 Luigi Ciavarella