Dischi rock, cronaca di un anno imperfetto

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Alcune considerazione discografiche molto personali sull’anno appena passato

di Luigi Ciavarella

Non saprei dire se l’anno appena trascorso sia stato un anno positivo o negativo riguardo alla qualità/quantità delle opere proposte. Marginali o meno, a secondo dei gusti e delle conoscenze che ciascuno possiede, alcuni album (o cd come preferite) si sono distinti per diversi motivi in ordine sparso. Assicuriamo gli amici che il genere gode sempre di un certo benessere di fondo, il vinile sta assumendo una supremazia ovunque e le formazioni rock, quelle che piacciono a noi, continuano a sfornare i loro bravi capolavori.

Tuttavia voglio ricordare che una lista utile a indicare una graduatoria di merito, seppure imperfetta, non vale da sola a raccontare un anno vissuto pericolosamente, vuoi perché i tempi difficili ci impediscono di concentrarci su “cose futili” (anche se la musica non trasmette mai sentimenti o vibrazioni banali) o perché la materia si dispone sempre in tutta la sua ineluttabile verità per cui ciascuno può trarre da sé le dovute conclusioni. Quindi considerate questa analisi mal posta come un esercizio ludico e null’altro.

Insomma qualche titolo mi va di segnalarlo se non altro per non perdere il vizio di partecipare al banchetto di fine anno imbandito dai soliti fatui critici che raccontano il nulla, in un mondo peraltro dove ciascuno giudica da sé, senza alcun filtro, le proprie inquietudini interiori. 

Avverto subito che in questi ultimi mesi sono stato trascinato nel vortice del metal di natura Doom/Black Metal/Death,etc., etichette oscure ed infernali,fornite dal mio dizionario rock, con le quali si vuole indicare un timbro (e un’attitudine) di suono estremo da “giorno del giudizio”, e questa mia incauta apertura ha avuto un impatto evidente nella formulazione della lista.

In questo senso l’ultimo album dei Mayhem (Daemon) – un titolo che dice tutto – , ne è la giusta testimonianza. La band norvegese ha un curriculum da paura. Omicidi e suicidi oltre ad una travagliata storia di ordinario orrore ne hanno temprato lo spirito spingendo la formazione verso un abisso di suoni devastanti, infernali, avvolti di riferimenti espliciti impronunciabili. Per chi ama questo genere di rock è sicuramente l’album dell’anno.

Ho apprezzato gli ultimi lavori di Franco Battiato (Torneremo ancora), Vinicio Capossela (Ballata per uomini e bestie) e per vicinanza La Janara (Tenebra) oltre a Il nuotatore dei Massimo Volume, gruppo mai sceso sotto la sufficienza e dotato di un suono pop molto accattivante. Di Franco Battiato ne ha scritto in questa rubrica il nostro Nicola Spagnoli in maniera esemplare per cui rimando a quel testo. Per il resto Vinicio Capossela ritorna alla sua scrittura più congeniale, un lavoro (l’undicesimo) che “parla della scomparsa dei vincoli sociali ”  attraverso ballate e spunti che richiamano la sua vena poetica.

Di tutt’altra pasta è invece Tenebra del gruppo irpino La Janara. La band, che viene indicata come di genere doom, in realtà è un validissimo ensemble hard rock con venature pop cantato in italiano e l’unica traccia veramente doom, volendo essere pignoli, la possiamo trovare soltanto nel brano omonimo che, in effetti, odora tanto di Black Sabbath. La figura della Janara è molto vicina alle nostre tradizioni ancestrali poiché ci conduce alla strega di Benevento, che, tra superstizioni e leggende, avvolge di contenuti debordanti le sonorità metalliche (e testuali) di questo album. Non mancano momenti acustici ma soprattutto è la voce di Raffaella Cangero l’elemento in più che rende questo disco superlativo. 

Oltre a questi preziosi (per me) oggettini sonori (Almeno la Janara è consigliabile in vinile – stampato dalla Black Widow di Genova) abbiamo una serie di album che la critica ci propina come “prodotti di qualità”, distintivi, di cui a parte il ritorno dei Tool (con “Fear Inocolum”), consigliato seppure inferiore ai loro standard, e l’ultimo dei Black Mountain Destroyer, band canadese da me molto amata, il resto si divide tra Bruce Springsteen (Western Stars, ancora un ritorno), Titanic Rising di Meyes Blood, artista californiano, oltre ai soliti Nick Cave (Ghosteen), l’ex Radiohead Thom Yorke (Anima) e qualche altro residuato bellico tipo Iggy Pop (Free, il suo disco).
 
In conclusione mi piace sottolineare lo splendido, tenero, postumo lavoro di Leonard Cohen, “Thank for the Dance”, bordato di nero. Si tratta di brani inediti che il figlio ha voluto raccogliere in un album per ricordarci, semmai ce ne fosse bisogno, la grandezza dell’artista e del vuoto incolmabile che ci ha lasciato.