«Vòle d’angelo», la recensione di Raffaele Cera

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“L’autore riesce a cogliere la polivalenza dei significati che l’evento tragico racchiude in sé”

di Raffaele Cera

In ventiquattro versi, tutti ottonari e settenari, che hanno la cadenza ritmica giusta e appropriata per narrare l’accaduto, Antonio Villani, mirabilmente descrive il senso complessivo e profondo del tragico volo del giovane Angelo Gualano.

Il lessico dialettale del poeta sammarchese ha una struttura tutta propria cui consegue una valenza semantica dalla risonanza asai profonda.

Ecco perché l’autore riesce a cogliere la polivalenza dei significati che l’evento tragico racchiude in sé.

Tutto si regge sul duplice aspetto: da un lato il giovanile entusiasmo di Angelo a sfidare il pericolo e con esso il destino, entusiasmo che alimenta la passione per lo sport estremo che è praticato per soddisfare anche alcune leggi della natura e dall’altro la ineluttabilità proprio di quelle leggi che non consentono distrazioni.

E qui si entra inevitabilmente nella storia e nel mito perché proprio i versi del poeta sammarchese rimandano sopratutto al mito di Icaro che, non curante delle parole e degli avvertimenti del padre Dedalo, nel suo volo verso la libertà si avvicina molto al sole e le sue ali, fatte di cera, vengono liquefatte dal calore incandescente dell’astro solare ed egli precipita giù e muore.

Dice Tonino Villani “Te mine, e vu’le/e tù te sinte nu figghie”, ecco il senso del gesto del giovane Angelo, gesto che appartiene all’età giovanile e che esprime con chiarezza la scelta della sfida.

E qui vorrei rivolgere un pensiero accorato ai genitori di Angelo perché possano trovare balsamo e conforto al loro dolore offrendolo come dono sacrificale proprio alla passione che il loro figlio aveva per questo tipo di sfide.

Ecco perché il poeta dice a un certo punto :”Chi nasce cu quedda nclina j’ama/respira sfida”, la perfezione ritmica dell’ottonario e del settenario ha il potere di riscattare il pericolo della sfida e immergerla in un alone di mitica bellezza.

Un tale risultato espressivo ed evocativo si deve da una parte alla sensibilità dell’autore di cogliere, al di là delle apparenze, significati anche nascosti e dall’altra al tipo di dialetto che è si di matrice sammarchese ma anche frutto di elaborazione del tutto personale, che ha la radice nel vissuto quotidiano dell’autore.