Progressive Rock, il rock italiano degli anni ‘70

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di Nicola Maria Spagnoli

Premetto con un paragone azzardato, considerata la mia formazione, di come in architettura e nell’arte sia nato il Rococò che è stato il periodo, nel XVII secolo, in cui si è dato sfogo alla fantasia ed alla contaminazione oltre che, soprattutto, alla riaffermazione del potere della Chiesa contro le riforme e contro lo scisma luterano. E’ stato quindi, in fin dei conti, un ritorno alla tradizione contro i modernismi più pericolosi che ne avrebbero minato il potere. Nel nostro caso, molto più modesto ovvero nella Storia del Rock, certo il paragone potrebbe essere un po’ irriverente ma lo riteniamo comunque appropriato, se non altro per affinità terminologica.

Nella breve storia del Rock, dunque, se c’è stato un periodo in cui si è cercato di fare la stessa cosa che avvenne per l’arte, certamente è successo negli anni settanta del secolo scorso, con la nascita di quello che comunemente viene definito Progressive Rock. Per un fondamentale filone della cosiddetta Musica Progressive, e per alcuni studiosi e perfezionisti, che arrivano a non inserire nemmeno il gruppo degli Area nel filone, il termine più appropriato dovrebbe ovviamente essere affine al periodo storico citato e dovrebbe quindi chiamarsi rock-rococò che in fin dei conti è proprio il contrario di progressive, ragion per cui, anch’io vorrei coniare un altro termine mettendoci una kappa: rockocò.

Ma torniamo al termine classico più accreditato per definire la nuova musica di fine ’60. “Progressive” ci starebbe pure bene se non fosse che la maggior parte degli storici dell’argomento, e degli appassionati, riconosce tutt’oggi in questa parola solo e soprattutto un filone, quello dello strano connubio fra rock e musica classica, da quella medievale a quella dell’ottocento, a volte sforando anche nella classica contemporanea, ma soprattutto il vero e proprio saccheggio della musica barocca, quella vera.

All’inizio non era così, il termine indicava soprattutto il nuovo rock, quello alternativo e lo dimostrano alcune riviste specializzate e nuove dell’epoca come il numero 1 di GONG, in cui si dava ampio spazio alle Mothers of Invention, agli Hatfield & the North, a Tim Buchley, alla Bongo Dog Doo Dah Band, ma anche al nuovo jazz di Archie Shepp, Don Cherry, Miles Davis. Il termine d’altronde girava già, e abbondantemente, dal ’69, financo sulle raccolte inglesi della Vertigo, della Harvest e di altre case discografiche specializzate nella scoperta di nuovi gruppi ma divenne marchio indelebile, diciamo, dal ’70, un anno dopo l’uscita dirompente, naturalmente in Gran Bretagna, del primo disco dei King Crimson e con il primo disco della svolta dei Pink Floyd.

L’uso della “suite” nei pezzi o, anzi, nelle composizioni, per lo più realizzate con strumenti a tastiera allora in gran voga come il mellotron o i primi synt che affiancando innanzitutto organo e pianoforte ma naturalmente anche basso, batteria e chitarra, i classici strumenti del rock’n roll e delle sue successive evoluzioni, certamente erano una novità. Ma non era tutto lì. Insomma non era così semplice o semplicistico. C’era di più. C’era soprattutto il ritorno della cultura musicale, voluta sia da quei musicisti che si erano formati nelle accademie, ma c’erano anche i gusti del pubblico giovanile che erano maturati, almeno di quello più “acculturato” come studenti e figli di papà che potevano più facilmente spendere in dischi e, diciamolo pure, una voglia post-sessantottina di ritorno all’ordine. Questa voglia venne però immediatamente annullata dai gruppi prog politicizzati inglesi, quelli del R.I.O o Rock In Opposition e in Italia ad iniziare dagli Area nel ‘73, poi dai T.T.T. (Teatro Temporaneamente Traballante), Canzoniere del Lazio, Albero Motore e poi anche da altri e in Germania con i primi Amon Dull. Ma torniamo alla riscoperta della musica classica e del come mai avesse avuto questo revival improvviso. Merito, secondo me, della sua diffusione di massa con le prime uscite in edicola, da parte di alcune case editrici, di fascicoli e dischi con la storia della musica seria, a volte con una vera e propria “presentazione” dove le musiche venivano introdotte con delle vere e proprie piéce teatrali da parte di grandi attori o voci del momento.

A tal proposito, indimenticabile, in Italia, e quindi oggi molto quotata, la mini-serie della Fabbri (Introduzione alla Musica) con le voci, fra gli altri, di Arnoldo Foà e di una ancora ragazzina, allora soltanto attrice, Loretta Goggi. Bellissima, fra le altre, un’altra famosa serie, del ’64, a 45 giri, sempre della Fabbri (Storia della Musica), con copertina apribile e la scoperta di tutto un mondo musicale anche etnico, con una selezione che attingeva a piene mani dai cataloghi Philips, Prestige e Chant du Monde. Un altro segnale lo diedero nei ’60 alcune colonne sonore suggestive e piene di nuovi suoni, fra cui, a parte quelle notissime di Ennio Morricone, alcune sconosciute e meno famose come quelle di A.F. Lavagnino (Kali Yug del ’64 ad esempio) con espliciti riferimenti al mondo dei raga indiani, molto tempo prima che li “scoprissero” i Beatles o che diventasse popolare in occidente “un certo” Ravi Shankar.

E proprio ai Beatles molti addebitano, alla metà degli anni ’60, con Revolver e soprattutto con Sgt.Peppers, la vera nascita di una musica diversa, svincolata dal beat e dal rock che si dilata e cerca altri orizzonti, seguiti a ruota dalle Pietre rotolanti con il loro sottovalutato e psichedelico “Their Satanic Majesties Request“. Ma dove la mettiamo la lunga Goin’home del ’65 da Afthermath, sempre degli Stones, il primo brano superiore agli undici minuti in cui rock, blues e rumoristica stradale mirabilmente si fondevano? Oggi possiamo dire che se c’è stato un periodo ben definito in cui si è cercato di fare qualcosa di diverso, come stile globale e non sporadico quindi, che non fosse la solita fusion con il folk o con il blues (o fra folk e jazz come per i Pentangle) certamente è successo soprattutto negli anni settanta, appunto con quello che comunemente viene definito Progressive Rock, anche se di avvisaglie, importanti, ce n’erano state anche prima. Per rimanere nell’azzardato paragone iniziale con l’architettura e con l’arte certamente esistono altri filoni, fra cui uno che possiamo definire “gotico” che è quello rappresentato maggiormente da Peter Hammil e dai suoi Van der Graaf Generator o anche dai King Crimson, uno “medievalista” con Gentle Giant e in un certo modo Strawbs, quello romantico con Renaissance ma anche uno spiritualista-orientalista con i Quintessenze seguiti poi, a modo suo, dal nostro Claudio Rocchi specie quello di Volo Magico n.1.

C’era, con il ritorno alla cultura, anche il ritorno alla poesia e proprio i poeti o aspiranti tali, sono chiamati a collaborare o a confezionare testi elaborati (Pete Sinfield per i Crimson), a volte ermetici, senza più cuore e amore, testi che erano, in verità, fascinosi ma per lo più incomprensibili o almeno bisognosi di qualche spiegazione in più come nelle antologie commentate di letteratura, testi sofisticati, fuori dalla norma e, soprattutto, da ascolto, come la musica del resto che cessava all’improvviso, rompendo con la tradizione del Rock, di essere musica da ballo.

Ma la contaminazione era avvenuta a monte, proprio nella musica classica contemporanea. Veniva certamente dagli Stati Uniti dove Frank Zappa, che da giovanissimo aveva, da autodidatta, fatto composizione e che al suo esordio con le Mothers Of Invention o nel ’66 con Freak out (uno dei primi dischi doppi) e poi con Absolutely Free e, ancor di più, con la lunghissima King Kong da Uncle Meat e nella collaborazione con il violinista Jean Luc Ponty, faceva riscoprire, oltre al jazz più moderno, anche i musicisti classici contemporanei come Edgar Varese ed Igor Strawinsky che così divennero, loro malgrado ed a-posteriori, vere stelle del Rock. Dove Terry Riley con la sua minimalista “in C” affascinava tanti rokkettari europei (fra i primi The Who che lo omaggiarono in uno storico brano per finire con la riproposizione integrale della sua prima opera da parte del nostro Roberto Cacciapaglia). Dove John Cage con il suo pianoforte “preparato” apriva ai rumori e quindi alla società moderna, trovando proseliti anche in Italia (Demetrio Stratos). La novità veniva da veri complessi rock come i Vanilla Fudge che con la stranissima suite “The beat goes on“, del lontano ’68, dilatavano fino a completamente stravolgerlo il martellante riff della nota canzoncina di Sonny & Cher, dai New York Rock & Roll Ensemble che nel ’67 trasformavano il classico in rock, o meglio il rock in classica; veniva da Walter Carlos e Benjamin Folkman che, con prefazione proprio di Robert Moog, davano alle stampe il famoso “Switched-on Bach” ed in Europa ancor prima, diciamo dal ’65, con i concerti di Pierre Henry o di Les Percussions de Strasbourg, chiamati da istituzioni universitarie a stimolare l’interesse studentesco, ormai allargato come mai prima, fino ad abbracciare mostri sacri come Stockausen e le avanguardie del ‘900.

Certamente i primi a muoversi nelle contaminazioni che oggi chiamiamo prog in Europa, furono i gruppi d’oltralpe, a partire da coloro che s’erano già fatto un nome ed una popolarità con il filone psichedelico che non tardarono a tentare esperimenti nuovi. I Deep Purple ad esempio con il loro concertone per gruppo e orchestra o, come dicevamo, i Pink Floyd che dal sofisticato Ummagumma del ’69 passarono d’un colpo solo, l’anno dopo, alla sinfonia rock con “Atom heart mother“. Altri si imbarcarono nell’avventura ma, per scarso successo, tornarono subito sui loro passi come gli Spooky Tooth, altri nacquero, si può dire, proprio Prog, come i Nice di Keith Emerson od i King Crimson di Robert Fripp o come l’intera cosiddetta “Scuola di Canterbury“. Comunque, dopo i primi sporadici ma popolarissimi tentativi, abbastanza isolati, di Moody Blues e Procol Harum del ’67, la schiera si infittisce, e si nobilita, in Gran Bretagna con i Family, i Caravan, i Traffic ed i Soft Machine ed esplode, se vogliamo fissare una data, nel 1969 con una miriade di nuovi gruppi. Un merito lo ebbero anche le copertine che non erano più quelle tradizionali ma “nuove e diverse”, per lo più realizzate con la commissione ad artisti (pittori) veri, copertine che contribuirono non poco ad entusiasmare ed eccitare i giovani che impararono presto a distinguere a colpo d’occhio il nuovo prodotto. Il fenomeno si limitò a pochi nomi in oltreoceano ma si affermò con forza nel Regno Unito e da lì dilagò subitaneo in Germania, dove assunse un aspetto del tutto particolare, cosmico ed elettronico, in Francia, in Spagna (nel dopo-Franco era d’obbligo!), in alcuni Paesi dell’Est e del Nord e, soprattutto, in Italia, terra della musica classica (anzi dell’Opera) per eccellenza, dove trovò terreno fertilissimo per nuovi ed originali germogli. Naturalmente dopo, molto dopo, un merito lo ebbe anche il pubblico giapponese che promosse il nostro progressive, soprattutto a livello collezionistico, all’attenzione internazionale anche se alcuni dei nostri (PFM e Banco del Mutuo Soccorso) già ai tempi avevano suscitato un interesse estero. Allora però pochissimi riuscirono ad entrare nelle Charts, e senz’altro il primo in assoluto fu Collage delle Orme dalla cimiteriale copertina (foto) ovvero nelle classifiche, e quindi a vendere ed anche da questo derivano le quotazioni da sballo di oggi per alcuni di quei Long Playing alcuni dei quali addirittura vennero pubblicati qualche anno dopo essere stati incisi.

Anni fa feci un libretto per gli abbonati della rivista musicale e di collezionismo Raro! con cui collaboro da alcuni decenni ed ancor oggi con rubriche fisse mensili, interviste e recensioni (ora si chiama Raropiù) e come era prassi in redazione, oltre a fare classifiche annuali strettamente personali naturalmente, indicavo anche la quotazione di quei dischi che oggi come oggi bisognerebbe triplicare se non, per alcuni, decuplicare, ma che sottopongo, nelle prossime puntate, così come allora, anno per anno e per l’intero decennio dei settanta.