“Quando tornerò…”

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di Tonino DANIELE (*)

L’emigrazione nel racconto di Marco Balzano e… la storia di una vita.

Quando tornerò” non è solo il titolo dell’ultimo romanzo di Marco Balzano, sono le parole che riassumono una storia, quella comune a quanti hanno lasciato le loro case nella speranza di trovare un futuro migliore, a quanti hanno volto lo sguardo a quella “porta verde” chiusa alle loro spalle il giorno della partenza con nel cuore la speranza di poterla un giorno riaprire e trovarvi gli affetti di sempre. A quanti hanno sognato (e sognano) un posto “altro” che dia loro pane e lavoro, pieno di promesse dove i sogni sembrano più vicini, un posto, insomma, che raddrizzi la vita. Queste parole racchiudono – però – anche la storia di tanti “orfani bianchi”, di quei figli lasciati ad aspettare un ritorno che – in alcuni casi – non è mai arrivato completamente. E se a leggere la storia di Daniela, una mamma che una notte scappa via, lascia la sua terra, i propri figli per raggiungere l’Italia dove ha trovato lavoro, è proprio uno di quei figli che, grazie a quella “fuga”, ha potuto comprare le felpe Nike, che ad ogni richiesta ha sentito sussurrarsi quella frase: “quando tornerò”, allora le parole ti vibrano nel cuore (lo senti che cambia ritmo), ti trascinano in un vortice di ricordi che ingenuamente pensavi sopiti e ti accorgi che quelle ferite sanguinano ancora e che nemmeno il tempo riuscirà a cicatrizzare.

Ogni frase del romanzo diventa una storia nella storia, straordinariamente bella perché straordinariamente vera (e tragica), dove tutto ritorna, ritorna sempre e sempre uguale, dove ogni parola ti legge e ti ricorda una verità: che l’emigrazione non ti rende un’anima buona; nulla di più facile che trovare vizi, sbagli, errori in chi con difficoltà ha tentato (senza riuscirci) di respingere il proprio destino. Si possono trovare mille errori nella vita di chi cammina senza una meta, senza sapere dove portano le strade, di chi con poco entusiasmo affronta ogni giorno consapevole che il destino gli è contro e che ha una sola compagna di viaggio: l’incertezza di ogni istante. Di chi, lasciando la propria terra, ha cercato un’altra casa altrove, senza – però – trovarla, finendo per non sapere cosa volesse dire averne una e diventando – così – uomo senza radici e senza identità, con la sola speranza di riuscire a trasmettere l’emozione di una vita mai vissuta, una vita invisibile, senza colori, giorni sempre dello stesso niente. Eppure, se è vero (come è vero!) che nel giudizio finale verranno pesate soltanto le lacrime, quelle dell’emigrante sono tali e tante che ogni suo peccato (ogni suo errore, ogni suo vizio) gli verrà perdonato.

Nella storia di Daniela c’è tanto silenzio. Lo si ritrova nella vita di ogni emigrante: è un silenzio che non accompagna nessuna riflessione perché è fatto solo di solitudine, di lontananza, di rassegnazione, a volte di disperazione. E’ un silenzio obbligato e, quindi, insopportabile. Sguardi persi nei ricordi, magari l’ultimo di quel bacio dato sull’uscio della porta o dell’aroma di quel caffè preparato troppo in fretta. Un silenzio che – purtroppo – continua anche dopo: tutta la vita, perché l’emigrante è sempre un uomo solo, sconfitto nella ricerca di trovare non qualcosa che va oltre questo mondo, ma qualcosa che è altro dal mondo. Ma il silenzio più drammatico è quello dei rapporti che si sfaldano diventando man mano inesistenti; rapporti che non sempre è facile ricomporre perchè si svuotano; non esiste più nulla se non il silenzio, appunto.

Pagine che nascondono tanta nostalgia: è difficile raccontarla, in essa non c’è niente di poetico. Proviamo, per un attimo, ad immaginarci – per pochi giorni – lontani dalle nostre case, dai nostri affetti più cari, dagli oggetti che preferiamo; proviamo a sentire quello sferragliare del treno che ci allontana sempre più dallo sguardo dei nostri figli. Proviamo, ora, a contare i giorni che ci separano dal ritorno a casa e vivere la speranza di trovarla ancora accogliente; a sentire addosso la colpa dell’abbandono (“quella colpa – come dice Daniela – in cui mi devo specchiare ogni volta che ritorno. E’ come l’ombra, la mia colpa, non resta indietro nemmeno se mi metto a correre”) ed il senso dello sconforto. Ecco, questa è la nostalgia che tormenta, che rode, quotidianamente chi è lontano dalla propria casa, di chi si sente “una cosa a metà”. Ed allora si cerca (inutilmente) il modo di vincerla: si mette in valigia la foto del paese, della famiglia, degli amici, la lettera del figliuolo, qualche pagnotta di pane (che basterà solo per pochi giorni perchè diventerà sempre più duro e sempre più amaro).

“(…) e fu lavoro e sangue e fu fatica uguale mattina e sera, per anni da prigione” (così in Amerigo, Francesco Guccini): eh sì! è una vera prigione, perché loro (gli emigranti) sentono che a mancare è proprio la libertà che hanno rincorso per tutta la vita. Paradossalmente, quella libertà dalla miseria che hanno cercato altrove è in quell’ “altrove” che gli ha imprigionati. Da una stazione non si partirà mai per la libertà.

Mio padre aveva preso l’abitudine di registrare la mia voce. Iniziavo a strimpellare accordi incerti e, prima della partenza, si presentò con un vecchio registratore; si trattava di un “Telefunken” che portava sempre con sé, su e giù da Frankfurt sul Meno. Ingenuamente pensava di aver trovato un antidoto alla sua solitudine, alla sua nostalgia: era solo un placebo che avrebbe, finito l’effetto, reso quella nostalgia, ancor più insopportabile. Quella nenia avrebbe accompagnato i suoi momenti di solitudine, rendendoli – però – ancora più tristi. Etty Hillesum ci ricorda che “si è a casa dovunque su questa terra, se si porta tutto in noi stessi”, ma l’emigrante il cuore non lo mette in valigia, come abbiamo letto, fin da bambini, nelle filastrocche di Rodari.

E poi il ritorno. Anche questo un rituale comune, un rituale che sfuma man mano si ripete, perché si inizia a pagare la pena, il castigo di un delitto imprescrittibile: quello di considerare l’emigrante uno straniero; straniero nel proprio paese e straniero nella propria famiglia. Si aggira come uno spettro tra le rovine di un castello saccheggiato: il paese di origine non lo accoglie più ed ha la sensazione che tutto sia svanito. Loro ci perdoneranno perché siamo noi a dover chiedere scusa, come scrive l’autore.

Sono vite che quel Destino, quel Fato da loro sempre imprecato e bestemmiato per aver fatto il mondo così triste ed avverso, ha voluto costruite su sabbia e non su roccia, su travi traballanti ad ogni lieve scossa ed, a volte, insensibili anche a quelle più devastanti, perché nate già macerie. Si spera solo ne sia valsa la pena, e a quanti pensano che poteva andare meglio, è facile replicare che poteva andare anche peggio, molto peggio. Meraviglioso l’esergo di Mario Luzi: “Passa sotto la nostra casa qualche volta, volgi un pensiero al tempo ch’eravamo ancora tutti”.

* (Pubblicato su l’Attacco del 28 aprile 2021)