Jacques Prevert, il poeta anticonformista

Sulla figura e la poesia di Jacques Prévert si è detto tutto e il contrario di tutto. Dalla denigrazione tout court al riconoscimento postumo, la sua poesia da strada – sicuramente più utile alla parola che alla scrittura – è stata definita in tanti modi. Certo non vi è nulla di accademico. Nonostante qualche richiamo ai maestri del simbolismo francese entre les deux guerres  (penso a Valery, Apollinaire ma anche a Breton, Soupaut, etc, ed altri prima di loro) il poeta francese ha sempre avuto un atteggiamento anticonformista, sospettoso, non soltanto verso la poesia colta ed accademica ma anche verso manifestazioni di ipocrisia presente ovunque. Prevért possedeva un stile preciso e la sua scrittura, spesso anarcoide quasi sempre espressione di un disagio esistenziale e di una <insofferenza ai vincoli>, rendeva le sue parole sferzanti, la cui capacità tutti glielo hanno riconosciuto, sopratutto i lettori.

L’occhio del poeta scruta con severità il mondo sotterraneo, la periferia dei vagabondi (i clochards), gli esclusi della società, come se usasse la macchina da presa. La Parigi – come scriveva Gian Domenico Giagni, forse il suo maggior critico italiano – <che invano i turisti troveranno nella guida Michelin> è l’istantanea che coglie il poeta nella sua sostanza. D’altra parte lui proveniva dal mondo della celluloide. Era stato sceneggiatore nei film di Marcel Carné e di tanti altri registi francesi oltre ad aver fatto molto teatro acquistando così una certa esperienza che riverserà  nella poesia, che sarà a volte folgorante, altre volte di inaudita forza lirica ma quasi sempre attraversata da un anticonformismo viscerale che lo renderà unico nel panorama della poesia contemporanea.

Jacques Prévert era nato nel 1900 da famiglia benestante e quando esordì come poeta nel 1946 con <Paroles>, titolo appropriato che già indicava una rotta, era già una persona adulta. Il volume rivela subito un poeta dai tratti polemici, dalla indole provocatoria, dichiaratamente <contro> anche se si possono leggere anche liriche (Alicante, per esempio) e prose dai toni familiari. Insomma tutto il mondo prevertiano palpita in questo libro dai contenuti variabili. Ma quello che emerge sopratutto è il poeta che non accetta regole e forme costituite (non ci sono punteggiature per esempio) e questo suo ardire lo rende interessante agli occhi dei lettori ma avverso agli accademici.

Nel 1951 pubblicherà <Spectacles> e di seguito altri innumerevoli libri tutti tradotti, stampati e ristampati in Italia tra Guanda e Feltrinelli ma, sopratutto, dalla Newton Compton di Roma che li renderà più abbordabili per via del prezzo e per la varietà dei titoli.

Oggi Jacques Prévert è ancora un nome attuale, che può insegnare qualcosa alle nuove generazioni? secondo me si poiché la sua poesia è ancora viva e palpitante e ci ricorda, sopratutto in tempi incerti e difficili come questi che stiamo vivendo, l’utilità e la centralità della parola nelle relazione e nei rapporti; il senso del termine che custodisce il valore universale della vita. Ma anche sentimenti fondamentali come l’amore che per lui era l’azione salvifica del mondo, la libertà come respiro irrinunciabile e la verità contro l’odio che insanguina il mondo (<Je n’ai jamais ècrit le mot <haine>). 

Luigi Ciavarella