A Foggia la mafia non solo esiste, ma è anche la più cruenta

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(di Piernicola Silvisilfattoquotidiano.it) Alle due e mezzo di questa notte, un ordigno ha devastato l’ingresso di “Esteticamente”, un’onesta attività commerciale alla periferia di Foggia. Era già successo a ottobre allo stesso negozio, che poi in  dignitoso silenzio si è rimesso su. La rabbia sfogata sui social della titolare ci colpisce, così se ne parla nei notiziari nazionali televisivi e online. Ma il fenomeno esiste da anni, e anche nelle ultime settimane fra Foggia e San Severo gli attentati dinamitardi sono stati più di uno. E ancora si parla di “mafia sottovalutata”? O, peggio, di Sacra Corona Unita del foggiano. La mafia foggiana uccide più della camorra. Fa esplodere bombe, e anche autobomba alle sette di sera di domenica, e non succede nella Napoli famosa nel mondo di Gino Sorbillo. Questa mafia oggi è la più cruenta, quella che uccide e che piazza ordigni.

È una realtà drammatica con cui tutti dobbiamo fare i conti. La città di Foggia e il Gargano hanno paura, e imprenditori e negozianti, se possono, fuggono da quella che non è una terra staccata dal continente, come la Sicilia, né è nascosta come la Calabria. La provincia di Foggia è la seconda d’Italia per estensione, è incredibilmente turistica grazie al Gargano (Vieste è la sesta località balneare del Paese) e al culto di San Pio a San Giovanni Rotondo. Si trova nel nord della Puglia, al confine con Abruzzo, Campania e Molise. Quindi ha un’enorme facilità di espansione, anche criminale.

Le mafie foggiana e garganica non hanno la fama cinematografica e letteraria di Cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta. Non celebrano riti di affiliazione. Non hanno quel fascino malato che fa, sì, paura, ma che poi incolla la gente davanti alla tv. Sarà la millesima volta che lo ripetiamo, ma vale la pena dirlo ancora.

Nella provincia di Foggia esistono tre mafie, che nulla hanno a che vedere con la Sacra Corona Unita (confinata, per ciò che ne resta, nel Salento, a 300 chilometri da Foggia). C’è la mafia dei cerignolani, dedita per tradizione alle rapine a blindati portavalori in tutto il Paese. C’è la mafia del Gargano, che assedia Vieste controllando le estorsioni ai siti turistici e gestendo il traffico di droga. C’è la “Società Foggiana”, la criminalità organizzata di Foggia e San Severo, due centri da 160.000 e 55.000 abitanti, la cui mafiosità è attestata da varie condanne per 416-bis.

Il giro di “affari” è sempre quello: estorsioni e traffico di droga, omicidi e bombe. Omicidi a decine, negli ultimi anni. Bombe a decine, negli ultimi anni. È una criminalità organizzata che non alza il tiro, perché uccide in guerre di mafia – tranne tragici errori, come quello del 9 agosto 2017 a San Marco in Lamis, in cui furono uccisi per sbaglio i fratelli Luciani – e le bombe danneggiano gli ingressi dei negozi presi di mira. Ma se per caso passasse qualcuno vicino? Non sopravviverebbe, l’esplosione è violentissima. E un’azione di fuoco con pistole, canne mozze e Ak47 potrebbe facilmente colpire un innocente di passaggio, come è già successo.

Le bombe del foggiano non sono solo intimidazioni del tipo “Tu non paghi, io ti faccio esplodere il negozio”. Nel foggiano l’ordigno è diventato un mezzo di comunicazione. Serve per far capire di aver ricevuto un’offesa o uno sgarro, un “Ricordati che devi pagare”, un “Apri pure il tuo negozio, ma sappi che se non vuoi altri ordigni devi venirci a cercare”. Talvolta le bombe servono perfino a eliminare la concorrenza scomoda, come è successo, o anche solo per ricordare alla gente chi controlla il territorio. L’esplosione di una bomba non è un petardo, il terreno ti trema sotto, il boato è sordo e lungo, la sentono tutti.

I clan garganici e quelli foggiani si stanno unendo, ed è dal 2014 che lanciamo ripetuti allarmi alle istituzioni e ai media, ricordando che, nonostante lo spettacolare indefesso lavoro svolto da Forze dell’Ordine e magistratura, la situazione potrebbe sfuggire di mano. Certo, oggi la mafia interessa poco, chi è schiacciato dai clan non urla e non manifesta perché ha paura, quindi non è utile in cabina elettorale. Però è ora di finirla di meravigliarsi di questa mafia. Che si cominci tutti, dalla politica all’opinione pubblica, a guardare il foggiano – come crescita sociale e numeri delle Forze di polizia e magistratura – con lo stesso occhio con cui si guarda a Napoli, Palermo o Reggio Calabria. L’ho detto varie volte, ma lo ripeto: fatelo, prima che sia davvero troppo tardi.

Piernicola Silvis
Scrittore ed ex Questore di Foggia