Don Pierino Giacobbe su Don Matteo Nardella: “Ci interpella all’autenticità di una vita cristiana”

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Don Pierino Giacobbe, Vicario di zona, in una intervista per il notiziario “Vita ecclesiale” ci racconta il suo rapporto con don Matteo Nardella, parroco di S. Bernardino, a pochi giorni dall’insediamento del Tribunale diocesano per la beatificazione e canonizzazione del sacerdote sammarchese. La cerimonia di insediamento avverrà alla presenza dell’Arcivescovo di Foggia-Bovino S.E. mons. Vincenzo Pelvi, mercoledì 13 Febbraio alle ore 16.00 nella chiesa di S. Bernardino. 

1) Con la pubblicazione e l’affissione dell’Editto del nostro Arcivescovo entra nel vivo la fase diocesana d’inchiesta sulle virtù di santità del nostro concittadino don Matteo Nardella. A 43 anni dalla sua scomparsa, la vita di don Matteo Nardella come interpella i cristiani di oggi della nostra città?

Ho sempre ritenuto che per la nostra comunità di S. Marco Dio ha avuto e continua ad avere uno sguardo e un’attenzione particolare di benevolenza e di paterna predilezione. Sono anche convinto che non sono gli anni che passano che possono sminuire la validità della testimonianza di un “amico di Dio” e io non ho difficoltà a definire d. Matteo in questo modo. Il ricordo di d. Matteo Nardella, dopo 43 anni dalla sua nascita al cielo, è sempre vivo, attuale in chi ha avuto il dono di averlo conosciuto personalmente, come me, e in chi, pur non avendone avuto esperienza diretta, ne ha sentito parlare come persona dalla grande umanità e come sacerdote dal grande cuore. S. Paolo VI affermava che oggi più che mai “abbiamo bisogno più che di maestri, di testimoni”.

D. Matteo per la nostra comunità è stato un autentico testimone e oggi, in particolare, la sua figura ci interpella per aiutarci a ritornare all’autenticità di una vita cristiana, spesso diventata così stanca e mediocre; a riscoprire i valori veri che devono caratterizzare ogni persona e ogni comunità, valori che purtroppo stiamo perdendo; a ricordare a ciascuno di noi che la strada per la realizzazione e la riuscita della propria vita è una sola: quella della santità; un ricordo indispensabile per noi che spesso ci lasciamo abbagliare da altre strade più comode, forse, ma tanto inutili e dannose. Un cammino verso la santità fatto non di cose eccezionali e grandiose, ma di quotidianità, di piccole e semplici cose, di rapporti autentici, di attenzione a chi è nel bisogno, di accettazione della volontà di Dio. In poche parole affermo che il santo (e d. Matteo per me lo è!) è sempre attuale perchè vive l’ “oggi di Dio”, che è l’eternità.

2) L’introduzione della causa di beatificazione e canonizzazione di don Matteo Nardella è la prima che viene aperta per un uomo di fede della nostra comunità. Lei ha conosciuto ed è stato discepolo di don Matteo. Ha mai avuto la sensazione di essere stato a contatto con un uomo che emanava santità?

Il Signore ha fatto dono a me (come a tantissimi altri) di mettere sulla mia strada d. Matteo e di rimanere affascinato della sua persona e del suo sacerdozio… Tempo fa mi colpì la testimonianza di un’attrice, intervistata dopo la tragica morte, in un incidente stradale, di un sacerdote, l’abbé Amedeo Ayfre, creatore della teologia dell’immagine. Involontariamente di lui fece questa meravigliosa epigrafe: “Cosa volete che vi dica – confessò a un giornalista che la intervistava – … era un uomo che, quando lo incontravi, ti faceva venire la voglia di Dio”.

Io, don Matteo, l’ho conosciuto bene e lo stare con lui… mi ha fatto venire la voglia di essere sacerdote! Mi ha affascinato con la sua gioia di essere prete. Se oggi sono contento e felice di questa mia scelta, tanto merito lo devo senz’altro al suo modo di essere sacerdote che mi ha contagiato. S. Giovanni Paolo II rivolgendosi ai sacerdoti affermava che “soprattutto oggi, in questo nostro tempo è bello essere preti!”. E’ ciò che don Matteo mi ha comunicato col suo modo quotidiano, semplice e autentico di vivere il suo sacerdozio.

Inoltre, facendo riferimento alla figura di un altro grande testimone, Giovanni Battista, posso senz’altro affermare che don Matteo per me è stato il “dito” che mi ha indicato e mostrato l’Agnello di Dio che, passando sul cammino della mia vita, mi chiamava a seguirlo (non potevo non tener presente questa sua indicazione, anche perché lo avevo scelto padrino di Cresima…). E con estrema sincerità confesso che non mi sono mai pentito di aver seguito quel “dito” indicatore!

3) Alle tante persone che non hanno conosciuto don Matteo Nardella e si domandano chi era. Quali sono i tratti della sua personalità che la gente dovrebbe conoscere?

Di fronte a questa richiesta la mia “preoccupazione” e il mio “timore” più grande è ciò che affermava un giorno il grande scrittore e filosofo Albert Camus: “A questo mondo c’è chi testimonia e chi guasta. Appena un uomo testimonia e muore, si guasta la sua testimonianza con le parole” (Albert Camus). Non voglio assolutamente guastare con queste mie povere parole la testimonianza di don Matteo. Ribadisco che per me d. Matteo è stato uno dei tanti testimoni, che il Signore ha donato alla sua Chiesa e in particolare alla nostra Chiesa di Foggia-Bovino e, ancora più in particolare, a questa nostra Chiesa di S. Marco! Il testimone è colui che è presente e fa esperienza diretta (non per sentito dire) di un avvenimento. Giovanni nella sua prima lettera scrive: “…Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita… Noi l’annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi…” (1, 1-3). Basandomi su questa citazione posso delineare così la persona di Don Matteo.

E’ stato colui che: ha udito, ha ascoltato quella chiamata di Dio, dando una risposta adeguata e totale: il suo sì ad essere tutto di Dio nei fratelli; ha visto con i suoi occhi durante tutto il suo cammino formativo, prima, e il suo ministero sacerdotale, dopo, la presenza di quel Dio che lo voleva suo stretto collaboratore, ma anche i tanti bisogni e le tante necessità dei fratelli a cui donare la sua esistenza (e in questo non si è mai tirato indietro!);

ha contemplato quotidianamente, nella preghiera (spesso lo vedevo inginocchiato davanti al tabernacolo), quell’amore di Dio di cui si nutriva e da cui attingeva per andare verso gli altri, specialmente verso i tanti in difficoltà;

ha toccato con le sue mani il Verbo della vita consacrando e spezzando il pane della vita per offrirlo come nutrimento per gli altri;

ha annunciato sì con le parole, ma soprattutto con la sua persona, con l’autenticità della sua vita, con tutto se stesso.

In poche parole è stato un “vero uomo” e un “vero sacerdote”.

4) Mons. Lenotti, Vescovo di Foggia nel periodo della scomparsa di don Matteo, lo definì “il pastore buono”. Possiamo affermare che don Matteo era uno di quei sacerdoti che piacciono a Papa Francesco, cioè che “puzzava del suo gregge”?

Questa stupenda immagine di Papa Francesco sul sacerdote che deve “puzzare del suo gregge”, d. Matteo pur non avendola mai pronunciata, l’ha certamente espressa con il suo modo di vivere e di essere sacerdote. Voglio che sia lui (attingendo ai suoi quaderni spirituali) a comunicarci come riteneva il sacerdote e come si è impegnato a vivere il suo sacerdozio. “Un vero prete sa farsi preda delle anime. Il vero sacerdote è un essere mangiato. L’orario del prete è da mezzanotte a mezzanotte. È sempre di stazione. Non dice mai basta”. “Non si ama veramente se non si soffre: ora poiché il prete è fatto per amare molto Dio e le anime deve soffrire. Miglior prete è quello che fa maggior consumo di forze per il bene delle anime. Il prete non deve risparmiare se stesso: dunque dovrà strapazzarsi ed accorciarsi la vita per fare del bene? Che novità!”. (in preparazione al Sacerdozio, 1945) “Non risparmiarsi affatto per gli altri, perché dai nostri sforzi dipende la salvezza eterna degli altri: al mondo non si dovrebbero vedere persone più impegnate a lavorare dei sacerdoti. Tanto più siamo di nessuno tanto più siamo di tutti”. (1963) “Un sacerdote lavora ottant’anni per quatto ore al giorno; un altro venti anni ma giorno e notte: io preferisco il secondo”. “Consumarsi, consumarsi, non dire mai basta. Lavorare, lavorare, non risparmiarsi…, lavorare finché… si muore”. “O fare del bene, o morire; far del bene e non morire; morire a forza di far del bene; far del bene vivendo e morendo. Fortunato quel prete che muore vittima delle sue fatiche! Il prete è vittima, e la vera vittima non dice mai basta”. “È dovere del sacerdote morire per la salvezza delle anime”. (1966)

Certamente don Matteo è stato un sacerdote che sarebbe piaciuto moltissimo a Papa Francesco!

5) Sei stato chiamato dall’Arcivescovo a essere Giudice delegato nel Tribunale diocesano per la causa di beatificazione e canonizzazione. Cosa è chiamato a fare praticamente il Tribunale? Cosa succede da giorno 13 febbraio in poi?

Il Tribunale diocesano per la causa di beatificazione e canonizzazione è quella commissione costituita dal Vescovo dove è vissuto e morto il candidato. Si tratta di una commissione formata da almeno due sacerdoti: il primo responsabile è detto giudice delegato, perché agisce a nome dello stesso Vescovo, che esprimerà, poi, il suo giudizio sulla base di quello che gli riferisce il suo delegato. Questi è affiancato da un altro sacerdote, detto promotore di giustizia, che ha il compito di garantire che si cerchi sempre e solo la verità: una sorta di avvocato generale, tradizionalmente noto anche come avvocato del diavolo. Insieme (giudice delegato e promotore di giustizia) devono raccogliere da una parte tutto il materiale che riguarda il candidato: documenti o scritti di lui o su di lui e dall’altra parte interrogare un numero sufficiente di persone (nel nostro caso 35 circa) che possano attestare con certezza che quella persona è veramente circondata dalla fama di santità e che ha vissuto in modo conforme al Vangelo, anzi ha vissuto in un modo talmente intenso il Vangelo da superare la media delle persone. In questa raccolta i due sacerdoti hanno il compito di non tralasciare nulla, facendo luce su ogni aspetto della vita del candidato, compreso ciò che potrebbe essere sfavorevole alla causa. Insieme essi sanno di dover servire la verità ed essa sola. È un compito di cui i due sacerdoti devono rispondere davanti a Dio e alla Chiesa.

A garanzia della serietà dell’inchiesta e che si è obbedito a tutte le norme dettate dalla Santa Sede per quanto riguarda le beatificazioni, tutti gli atti che si compiono devono essere convalidati dalla firma di un notaio ecclesiastico, nominato specificamente dal Vescovo. Egli può anche non essere sacerdote, e può essere anche una donna. A conclusione spero di non aver “guastato” troppo la figura di don Matteo con queste mie povere e inadeguate parole. Ma che esse possano servire ai tanti che non hanno direttamente e personalmente conosciuto questo grande uomo, autentico cristiano e santo sacerdote a farlo incontrandolo nei suoi scritti e, perchè no, in coloro che possono ancora raccontare tanto di lui. Ringrazio ancora una volta il Signore e tutti quelli che hanno avuto la pazienza e la bontà di leggermi. Vi abbraccio con affetto sacerdotale e vi benedico nel Signore. (Antonio DANIELE)