In cinquemila contro le mafie: “Siamo l’esercito della legalità”. Ma pochi i sindaci

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C’era la meglio gioventù della Puglia in marcia a Brindisi per ricordare le vittime della mafia. Cinquemila persone, nel primo giorno di primavera, sotto le bandiere colorate dell’associazione Libera. Striscioni e palloncini, megafoni e fotografie di chi non c’è più, ma pochissimi stendardi dei Comuni e fasce tricolori.

C’erano studenti e insegnanti, attivisti e familiari di vittime innocenti ma gli esponenti delle istituzioni erano a malapena una ventina, per lo più in rappresentanza di paesi brindisini. Da Bari è arrivata l’assessora comunale alle Politiche educative, Paola Romano, che ha rimarcato l’importanza di «lavorare con le scuole, le parrocchie, l’università, per un lavoro di prevenzione». Puntare sui giovani è stato il leit motiv della giornata. Quelli che urlavano «Il Mediterraneo è un mare tra le terre», ricordando il dovere dell’accoglienza, e «chi non salta, un mafioso è». Quelli che «non hanno vissuto gli anni bui in cui la Sacra Corona Unita spargeva sangue — ha detto il sindaco di Brindisi, Riccardo Rossi — ma ai quali dobbiamo far capire che la mafia nel nostro territorio non è ancora debellata per trasformarli nel nostro piccolo esercito della legalità». La stessa parola, «esercito», è stata utilizzata da Michele Abbaticchio, primo cittadino di Bitonto e vicepresidente di Avviso pubblico: «La mafia ha paura della cultura e della consapevolezza. Per questo ai ragazzi dobbiamo far capire che devono rifiutare ciò che consente alla criminalità di prosperare: la droga, il gioco d’azzardo». E ai più giovani ha pensato anche la Regione Puglia, con il presidente Michele Emiliano a ricordare gli 11 milioni di euro investiti in progetti di antimafia sociale. Numeri, promesse e impegni a cui hanno fatto da contraltare le lacrime e l’amarezza di chi, a distanza di decenni dalla morte di un familiare, ha avuto giustizia ma non trova consolazione. In prima fila, a reggere lo striscione di Libera, Pinuccio e Lella Fazio, i genitori di Michele assassinato per errore nel 2001: «Viviamo ancora a Bari vecchia e non ce ne andremo. Chi ha fatto del male se ne deve andare». Nel quartiere Carbonara, invece, sono rimasti a vivere i familiari di Gaetano Marchitelli e Giuseppe Mizzi, vittime casuali di regolamenti di conti fra clan nel 2003 e nel 2011. «Qui qualcosa è cambiato — ha detto Francesca Maggi, mamma di Gaetano — ma la mafia c’è sempre. Per questo ai ragazzi dico: ragionate con la vostra testa, perché i soldi facili che qualcuno vi propone non vi daranno la libertà». L’impegno a educare le giovani generazioni è l’assillo costante di molti parenti di vittime innocenti. Grazia Pinto, la mamma di Domenico Martimucci (morto a causa dell’esplosione di un ordigno in una sala giochi di Altamura), per esempio, ha fondato la “Noi siamo Domi onlus”. Altri fratelli, figlie, madri di persone assassinate si impegnano attivamente in Libera e non hanno voluto mancare l’appuntamento con la Giornata della memoria. Tra loro i familiari di Nicola Ruffo, ucciso a Bari nel 1994, di Nicola Ciuffreda, assassinato a Foggia nel 1990, dei fratelli Luigi e Aurelio Luciani, caduti nella strage di San Marco in Lamis dell’agosto 2017. Molti di loro hanno indossato magliette con le foto di chi è stato ucciso dalla furia dei clan. Qualcuno ha pianto. Nessuno si è sottratto alle domande, anche se ricordare fa sempre tremare la voce. «Dobbiamo fare ogni giorno di più», ha detto Angelo Mizzi, il fratello di Giuseppe, rimandando all’invito del sindaco di Brindisi: «La battaglia non è soltanto della magistratura e delle forze dell’ordine, ma dei cittadini: ognuno faccia la propria parte».

La vedova foggiana “Mancavano troppi sindaci ma i giovani sono con noi”

«In piazza c’è tanta gente, ma non vedo i rappresentanti delle istituzioni che mi aspettavo fossero qui insieme con noi»: Arcangela Petrucci, moglie di Luigi Luciani (assassinato a San Marco in Lamis assieme al fratello Aurelio nell’agguato in cui — nell’agosto 2017 — morì il boss Luciano Romito) non ha remore nel constatare la presenza timida della politica alla marcia di Brindisi.

Le fasce tricolori sono davvero così poche come sembra?

«Contarle è facile e non arrivano neppure a una ventina. Mi aspettavo che persone che hanno ruoli determinanti nei nostri territori, e spendono parole contro la mafia, sarebbero state qui».

L’anno scorso per la la Giornata della memoria a Foggia ci fu una mobilitazione imponente. Ma cosa è davvero cambiato?

«Tra la gente c’è più consapevolezza dell’orrore che è attorno a noi».

Tradotto in fatti?

«A San Marco in Lamis tra un mese sarà istituito il presidio di Libera, di cui faremo parte sia io sia mia cognata Marianna (moglie di Aurelio Luciani). La spinta per la sua istituzione è venuta dal territorio, da molti giovani che hanno voglia di stare insieme. La nostra è una terra piena di disagi, ma dobbiamo essere uniti e fare fronte comune perché lo Stato siamo anche noi».

L’omicidio di suo marito e suo cognato, però, non ha ancora colpevoli.

«Questo è il tormento più grande: a quasi due anni dalla strage non sappiamo ancora perché non sono più tra noi».

Soltanto un basista è stato arrestato, Giovanni Caterino.

«Dovrebbe farsi un esame di coscienza e raccontare cosa è successo il 9 agosto e perché. Ora deve essere lui a dire basta perché noi, e tutta la comunità che ci è stata vicina, abbiamo il diritto di sapere».

Chiara Spagnolo
(Repubblica ed. Bari)