Brian Eno, Music for Installations (2018)

a cura di Nicola M. Spagnoli

Mi ero ripromesso di risentire con calma, ed ecco arrivato il momento in questi giorni di rigurgito di clima invernale quasi sotto le coperte, alcuni dischi non facilmente digeribili o almeno che meritano un ascolto tranquillo ed attento e non superficiale come in altri casi. Alcuni di questi sono quelli del Brian Eno ambient. Sorvolando sui primi, interessanti ma col senno di poi un po’ commerciali come il suo secondo LP, il primo che comprai, il Tiger Mountain by Strategy, poi Another green World e soprattutto quel Before after Science trait d’union con i successivi minimalisti Music for Films etc. degli anni settanta inoltrati. Ma andiamo al dunque.

Premetto che con il Brian Eno attuale o ci si annoia sbadigliando e storcendo la bocca e le budella fino a limiti estremi o si entra in uno stato onirico/ipnotico da sogno, ma svegli e coscienti, rilassandosi fino al nirvana dei sensi. Parliamo appunto di questo cofanetto intitolato MUSIC FOR INSTALLATIONS in sei CD (o nove Long Playing) di musica minimalista, minimalista fin dalla confezione (Foto 1: cofanetto, 2: i dischi e 3: il libretto) ma corredato da un interessante libretto esplicativo ed esplorativo di ben 64 pagine pieno zeppo di testi dell’autore per spiegare la sua Generative music ma anche di fantastiche ed essenziali immagini per cui, dopo la sua pubblicazione nel 2018, diventato ben presto oggetto di culto, oggi si trova sul mercato… a prezzi stratosferici. Certo per un Non-Musicista come egli stesso si definiva nei suoi libri e interviste, arrivato oggigiorno ad oltre una settantina di album solisti senza contare le collaborazioni, non è poca cosa quest’altro lavoro anche se qui, in questo caso, bisogna dire che non tutto è inedito, infatti tre lavori sono rielaborazioni di pubblicazioni ormai introvabili ossia Lightness (Music for the marble Palace) sul terzo disco cioè la musica creata per l’installazione del 1997 al Palazzo di marmo di San Pietroburgo da allora considerato dai critici un primo esempio di musica generativa che si snoda in due lunghissimi brani da circa trenta minuti l’uno.

Poi l’accompagnamento, o colonna sonora, per la mostra I Dormienti, le sculture sdraiate della mostra londinese 1999 del nostro Mimmo Paladino con, nello stesso disco, le Kite Stories dello stesso anno per il museo Kiasma di Helsinki in cui troviamo, caso raro, anche una particolare voce umana, adeguatamente filtrata (Kyoko Inatome). In Making Space scopriamo invece nove brani che più di altri ci ricordano la sua derivazione rock anche per merito, quà e là, di leggerissime e a volte impercettibili percussioni e della altrettanto eterea chitarra di Leo Abrahams a cui prestò il suo servizio in altri dischi, con persino una atmosfera direi kozmike music nel lungo brano finale con tanto di tastiere celesti e coro pseudo ecclesiastico alla Popol Vuh. Nel disco che da il nome al cofanetto troviamo anche, nel primo brano di oltre 20 minuti ovvero Kazakhistan (ma tutti e quattro i brani sono intorno ai venti minuti) anche un violino e una viola (accreditati a Nell Catchpole) ma al solito quasi impercettibili nel liquido gorgoglio di suoni elettronici che ricorda l’Acqua di Edgar Forese.

77 Millions Painting in tre quarti d’ora realizza in pratica quasi un riassunto di alcuni suoi lavori degli anni passati anni quelli anni 80-90 come i vari Ambient 2 the Plateaux of Mirror o Neroli o Lux senza però, devo dire onestamente, toccare l’apice del Music for Airports del 1978 con Robert Wyatt co-autore e al pianoforte mentre Brian si limita …all’atmosfera, di cui proponiamo un pezzo immortale in appendice: 1/1, da youtube. Un ultimo disco di questo cofanetto, fra l’altro uscito anche in versione plastificata deluxe costosissimo, è titolato Music for future installations (forse questo attende le mie di installazioni e fra l’altro, gli vorrei dire, pensaci! che siamo nati lo stesso anno, mese e quasi giorno!) ed è suddiviso in quattro lunghi brani ipnotici. Insomma un cofanetto con sei ore circa di invenzioni e ripetizioni che agli impreparati potrebbero far rischiare il suicidio per cui lo si consiglia, al contrario e vivamente, a tutti coloro propensi alla meditazione o almeno a quelli che hanno seguito nel tempo e da tempo non le canzonette sanremesi e compagnia bella ma, e con passione, certe musiche alla Reich, Glass, Hassell o Riley.

Brian di recente ha collaborato ad un altro eccellente lavoro quello con il fratello Roger, anche lui quotatissimo fra i critici, ma viene da multiformi generi musicali sempre con sue caratteristiche che lo hanno fatto subito emergere come personaggio di primo piano, e per molti genio assoluto, anche nel mondo del rock. Suoi i primi due capolavori del Glam, quelli dei Roxy Music e poi un elenco infinito a partire dalle collaborazioni con Robert Fripp dei King Crimson, David Byrne e David Bowie (fra l’altro con costoro gran successo commerciale, basti pensare a Heroes e Low per Bowie e a My Life in the bush of ghosts per Byrne!) per continuare, citando solo i più famosi fra i s solisti: John Cale, Robert Wyatt, Brian Ferry, Peter Gabriel, Laurie Anderson, Sinead O’Connor, Paul Simon, Grace Jones e perfino la nostra Teresa DeSio etc. etc. e per i gruppi che dire: Genesis, Talking Heads, Devo, U2, Harmonia 76, Slowdive, Coldplay, Penguin Cafè Orchestra… insomma non ha toccato i Beatles perché non c’erano più né i Rolling Stones perché la matrice blues proprio è lontanissima da Eno ma la creme de la creme dai settanta in poi certamente sì!

 

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