RACCONTO | La fuga con la Lambretta

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di Antonio DEL VECCHIO

Un pomeriggio di tanti anni fa c’incontrammo con Fabrizio davanti all’uscio di casa sua, un locale al piano interrato nel cuore del centro storico di origine e fattura medievale. Lo stesso culminava in alto con la bella e rinascimentale Chiesa Matrice dell’Assunta. Qui, peraltro, erano sistemati i palazzotti dei Signori, allora abitati dalle rispettive famiglie bene, quelle che di solito lasciano intravedere benessere da ogni poro. Quando negli anni ’60 i ‘loro’ giovani, soprattutto di sesso femminile, si affacciavano ai balconi o alle finestre, ci guardavano con sufficienza e a malapena rispondevano al nostro saluto.

Entrambi eravamo di primo pelo, nonostante io avessi qualche anno in più. La nostra testa era piena di sogni e i cuori stracolmi di entusiasmo e voglia di fare. Per saperne di più ci buttavamo a capofitto in qualsiasi tipo di esperienza. È con questo stato d’animo, che affrontai il mio amico, non appena sbucò dall’uscio di casa. Egli mi guardò con l’accento interrogativo stampato sul volto, pallido – scuro, coperto a malapena da un accenno di peluria e qualche brufolo di crescenza. “Perché non ci facciamo un giro con la lambretta? – Gli chiesi a bruciapelo- Oh sì – rispose lui – mi piace da morire sfrecciare nell’aria. Ma tu – aggiunse con un senso di malcelato imbarazzo – sai andare? Non scherzare – dissi – mi hai già visto in sella e sai bene che sono un bravo guidatore.

Allora, vai a fartela prestare e vieni subito a prendermi. Ti aspetto all’angolo – concluse.

Raggiunsi di corsa la casa di Guido al quartiere nuovo. “L’oggetto del mio desiderio” era parcheggiato sotto casa, sfavillante sotto i raggi del sole che a quell’ora volgeva al tramonto, quasi a dire ad un passante entusiasta come me: “Orsù, non stare imbambolato come un salame, ma monta su ed andiamo!”. Il mezzo, come l’altro rovinato qualche mese prima (una Moto ‘Bi’, nuova di fabbrica), era di proprietà collettiva. Era stato acquistato con i soldi di CC. Pare che ne avesse trovato, non si è mai saputo dove, una borsa piena. Forse più di un milione, scialacquato nel giro di qualche anno tra gli amici del cuore.

“Guido, Guido – gridai da fuori, abbreviando: mi prendo la ‘lambro (una scattante 125 cc.) e mi faccio un giro! “Si, torna però subito, rispose l’altro da dentro, impegnato notte e giorni sui libri – perché dopo serve a me, dovendo andare al negozio a fare la spesa”. A quel tempo quasi tutte le botteghe di generi alimentari si trovavano su al centro storico, ossia a mezzo chilometro di distanza. Salii sopra allo ‘scooter’ e in pochi minuti raggiunsi la piazza. Fabrizio, dandogli una mano d’aiuto, si accomodò fremente dietro di me, spronandomi” Vai Ottavio, voliamo!”.

Così in un batter d’occhio ci trovammo fuori dal paese, nei pressi del cimitero. Qui, rallentai un poco per devozione-rispetto verso i defunti. Il mio ‘di dietro’ mi strattonò, dicendomi: “non fermarti arriviamo a Jana!”. Al che risposi: “oh si, speriamo che ce la facciamo con la miscela, perché non ho soldi per fare il pieno. Neppure io – disse il mio compagno di viaggio. Passato i quattro chilometri, Fabrizio mi chiese accalorato: “perché non arriviamo sino a Poggio Rotondo, là abita mia sorella sposata. Ci facciamo dare un po’ di soldi e facciamo il pieno”. Va be’! – risposi con la mia voce complice – speriamo che ce ne dia a sufficienza!”. Così fu.

Ci fermammo sotto la casa di lei, ubicata nei pressi del Corso principale. L’amico, che non poteva salire, diede voce: “Marì, Marìi …, scendi, ti voglio salutare”. L’interpellata in un attimo si affacciò all’uscio e dopo aver abbracciato il fratello e fatto un cenno di saluto a me, disse “In che cosa vi posso essere utile?”. Ci presti un po’ di soldi? – sbottò l’interrogato – dobbiamo fare il pieno; con quella che abbiamo non ce la facciamo a tornare indietro”. La sorella risalì e dopo pochi attimi consegnò al fratello una mille lire nuova di zecca. “Grazie, grazie! – gridammo in coro. E, dopo averla risalutata, rimontammo sul mezzo e raggiungemmo il distributore. Dentro c’era ancora altra miscela. Per cui ricevemmo come resto, non ricordo bene, se cento o duecento lire.

Confabulammo in disparte. Fabrizio mi propose a bruciapelo: “perché non andiamo a trovare l’amico Alberto, in città?”. Quest’ultimo si trovava lì da alcune settimane assieme alla famiglia. Una sorella già lavorava come cassiera, lui sperava di fare il garzone-apprendista da qualche parte, perché non gli piaceva la scuola. In un primo tempo, mi trincerai dietro i miei più che giustificati dinieghi: “No, non possiamo andare, perché non conosco né la strada, né la città”. Fu una titubanza passeggera, perché lo spirito d’avventura si rimpossessò presto di me e assentii, spronando a tutto gas il mio mezzo, mi incanalai lungo la Provinciale, appena asfaltata.

Impiegammo circa tre quarti d’ora. Sapevamo a malapena l’indirizzo della famiglia amica. Per cui, a primo acchito, anziché prendere la strada giusta, fummo trascinati nel traffico senza la possibilità di chiedere indicazione a chicchessia, impauriti come eravamo di scontrarci con gli automezzi che ci affiancavano da ogni parte o ci venivano incontro. Arrivammo così in vista della grande fontana artistica. Qui, una ‘’circolare’ ci venne quasi addosso. La evitai per un pelo. A questo punto, il rumore assordante e il viavai degli automezzi piccoli e grandi ci spaventò e decidemmo seduta stante di tornare indietro.

Seguimmo la freccia direzionale del paese e ci immettemmo sulla statale. Qualcuno ci spronò: “ andate sempre diritto e tra una decina di chilometri vi arriverete!”. Così fu; ma anziché il paese, raggiungemmo il suo scalo ferroviario. Il nostro informatore si era sbagliato. Qui, alcuni passanti, con il segno della mano ci indicarono il rettilineo che portava alla pedemontana e di qui poi si affrontava la salita a tornanti fino al paese appollaiato sul cocuzzolo della collina. Ci avviammo. Era una strada brecciata e polverosa, tutta piena di buche. Per cui procedemmo con molta cautela e tanta paura. Addirittura ad ogni buca, di quelle grandi, io, fortemente intimorito, chiudevo gli occhi per attraversarla. A mezza strada, vidi di fronte un animale. Sembrava un coniglio, ma era una lepre. Rallentai e gli puntai i fari contro. L’animale si bloccò anche lui, mentre io acceleravo per tenere accesi i fari ad alto raggio, per tenerlo a bada. Ma non potendo scendere per finirlo con una pietra sulle orecchie (così mi avevano insegnato ad uccidere il coniglio).

A questo punto, dimentico delle condizioni fisiche dell’amico, esclamai di botto: “Fabri’, scendi giù e prendi un sasso e colpisci duramente, così la lepre sarà nostra e i genitori non ci potranno dire alcunché sulla fuga. No, no – troncò l’altro, non posso!”. Intanto, la mia momentanea decelerata, aveva affievolito i raggi del mio mezzo e in un baleno l’animale guizzò via con un balzo. Proseguimmo, sperando in cuor mio, di incontrare altre lepri ancora, e dopo una mezz’oretta abbondante raggiungemmo il paese.

Erano circa le 21.00. Qui, all’imboccatura trovammo schierate al completo entrambe le famiglie, capitanate dalle rispettive madri, l’una e l’altra, ‘generali’ di nome e di fatto. In un attimo ci trovammo a terra, mentre il mezzo volava via in un canto. Le due donne ci piombarono addosso. Noi ci offrimmo come agnelli, pronti per essere immolati. Ma esse, facendo finta di sgridarci, ad un certo punto ci abbracciarono, mentre noi con le lacrime agli occhi pronunciavamo la fatidica e usuale ‘promessa del lupo’: non lo faremo più!

N.B. Il presente scritto è ispirato al compianto Giulio Stilla, emerito professore di Storia e Filosofia alle Superiori e mio compagno ed amico di avventure e trastulli giovanili.