Le STORIELLE di Tonino Cera: “Don Giuseppe mio”

Li ricordo anch’io i medici di un tempo – Un tempo, a S. Marco, appunto -, rigorosamente a piedi, sempre con vestito e cravatta, cappello di lana d’inverno e di paglia d’estate.

Negli ambulatori non si svolgeva lavoro burocratico e routinario o con smart working, dopo il Covid, i medicinali si prescrivevano solo dopo regolare visita, e spesso i farmaci erano preparati galenici che potevano essere ottenuti non solo in farmacia ma anche dai medici stessi.

L’assistenza sanitaria gratuita e per tutti, come del resto prevede l’art. 32 della nostra mai lodata abbastanza Costituzione, doveva arrivare agli inizi degli anni ‘80 del secolo trascorso, quindi non era raro che la nostra benemerita classe medica (ma credo che la stessa cosa accadeva nei mille borghi e paesi dello Stivale) assistesse indigenti e bisognosi molto spesso gratuitamente. O ci si attagliava alla bisogna.

Mio padre falegname, così ricordo, pagava il nostro medico anche con prestazioni lavorative, e chissà cosa succedeva ancora in molti altri casi. Si diceva, “rigorosamente a piedi” e in certi casi, data l’oromorfologia della Valle, con fatica si raggiungevano le strade poste sotto le montagne verso oriente.

E vi era un tratto distintivo dei medici di quegli anni: il bastoncino! Tutti lo usavano, chi per rendere più comodo il camminare, chi magari solo perché così usava al tempo in certi ambienti. E tuttavia recarsi nelle zone più alte della Valle, per chi era anche un tantino avanti negli anni, con o senza bastoncino, costava fatica.

E ne succedevano delle “belle”. Parliamo qui del nonno di Giuseppe Tricarico, mio amico come tanti lontano da S. Marco per scelta o per necessità, figlio di don Pasquale, medico (l’appellativo un tempo veniva usato nelle nostre zone per rispetto o per riverenza, e nel caso dei medici se ne aveva ben donde).

Bene, don Giuseppe una mattina si recò a casa di una signora a letto per un qualche malanno. Dovette farsi sia una strada che conduceva da Corso Matteotti a Corso Giannone, e poi su ancora fin quasi al Giro Esterno.

Arrivato, don Giuseppe, si tolse il cappello, poggiò il bastoncino e si accomodò accanto al letto della paziente, chiedendole, in sammarchese (all’epoca praticamente unica lingua parlata nella Valle): ”Meh, cummare Marì, che me dice?”, con ciò volendo essere informato del suo stato di salute.

La risposta non si fece attendere, e fu un: “Aaah, don Geseppe mia…!”. Al che don Giuseppe non poté fare a meno di chiederle immediatamente di precisare, questa volta in italiano: “Prima di tutto quando mai sono stato tuo!” Ora vai a sapere se don “Geseppe” lo fece con tono offeso o risentito, o se invece quel: “Quando mai…” voleva sottintendere che magari qualcosa avrebbe potuto anche esserci.

Non lo sapremo mai, e va bene così!

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