Rette elevate e ragazzi del posto esclusi, la lettera aperta di un gruppo di genitori per salvare il calcio locale: «Non si faccia cassa sui nostri figli!»
Riceviamo e pubblichiamo integralmente la lettera aperta redatta da un gruppo di genitori della nostra comunità che, al momento, preferisce mantenere l’anonimato.
La missiva, dai toni fermi ma profondamente costruttivi, è rivolta alle Associazioni Sportive Dilettantistiche calcistiche locali e alle istituzioni. L‘obiettivo principale è quello di sollecitare un faccia a faccia e aprire un confronto sereno sulla gestione degli impianti pubblici e sul futuro dei giovani atleti del nostro territorio.
Di seguito il testo della lettera.
Oggi vogliamo affrontare un tema che sta a cuore a ciascuno di noi: lo sport nel nostro paese. Quando pensiamo allo sport locale, pensiamo a valori fondamentali come la salute, l’aggregazione, la crescita dei nostri ragazzi, il senso di appartenenza e il rispetto reciproco.
Gli impianti sportivi comunali sono, a tutti gli effetti, la casa di tutti i cittadini, un bene collettivo finanziato e mantenuto con le risorse dei cittadini.
Come gruppo di genitori, il motivo per cui abbiamo chiesto questo momento di confronto, pur preferendo per ora l’anonimato in attesa di un incontro diretto con le dirigenze delle società calcistiche, non è certo per opporci allo sport o al miglioramento delle nostre strutture. Al contrario: lo facciamo proprio per difendere la vera funzione educativa e sociale che lo sport dovrebbe avere nella nostra comunità.
Analizzando l’attuale progetto sportivo di calcio gestito nel nostro comune, emergono in noi forti perplessità legate alla sostenibilità, alla trasparenza e, soprattutto, all’impatto reale sui nostri giovani e sul nostro territorio.
Il primo aspetto su cui riteniamo necessaria una riflessione trasparente riguarda la gestione della squadra e la provenienza degli atleti. Assistiamo a un impianto gestionale che impegna risorse economiche consistenti per ingaggiare e stipulare pagamenti lauti a giocatori provenienti da fuori sede.
Non c’è nulla di sbagliato nell’integrare atleti da fuori quando questo porta valore aggiunto, ma la domanda che dobbiamo porci è: a quale prezzo per i nostri cittadini?
La conseguenza diretta di questo modello è la progressiva esclusione dei ragazzi del posto. I giovani nei nostri quartieri e nelle nostre famiglie si vedono precludere la possibilità di giocare in prima squadra, di crescere sportivamente e di rappresentare il proprio paese.
I nostri ragazzi vengono relegati al ruolo di spettatori. Quale valore i nostri ragazzi nel tempo daranno alle proprie passioni? Lo sport unisce, non diventa mera occasione di spettacolo.
Il secondo punto critico riguarda l’utilizzo delle infrastrutture pubbliche. Gli impianti sportivi del nostro paese sono beni comunali, costruiti e mantenuti con le tasse di tutti noi. La loro destinazione naturale è servire la collettività, promuovere l’accesso allo sport per tutti e garantire spazi di aggregazione gratuiti.
Quando un impianto pubblico viene gestito in modo da limitare l’accesso ai residenti, ci troviamo di fronte a una distorsione del ruolo del pubblico. Il patrimonio comune deve generare valore sociale per il paese, non profitti per pochi.
Ciò che desta in noi maggior preoccupazione è l’impatto sulle famiglie e sui bambini attraverso la scuola calcio. Inviare un figlio a fare sport dovrebbe essere un diritto accessibile e una scelta incoraggiata.
Attualmente, invece, le rette richieste alle famiglie per l’iscrizione alla scuola calcio raggiungono cifre elevate. A fronte di questi costi importanti, ci si aspetterebbe un’offerta formativa di altissimo livello, con istruttori qualificati, patentati e preparati non solo sul piano tecnico, ma anche su quello pedagogico e psicologico.
Purtroppo, la realtà dei fatti dimostra spesso una grave mancanza di competenza adeguata nello staff tecnico. Chiedere sacrifici economici importanti ai genitori senza garantire in cambio un’istruzione sportiva qualificata e sicura per i loro figli è inaccettabile.
Non si può fare cassa sulla passione dei bambini e sui sacrifici dei genitori. Per riassumere, la direzione attuale mostra un modello insostenibile:
- FONDI E RISORSE concentrati su ingaggi esterni anziché sul vivaio locale.
- BENI PUBBLICI impiegati con logiche di profitto anziché di servizio sociale.
- COSTI ELEVATI per le famiglie a fronte di un livello di istruzione sportiva inadeguato.
L’intento di questo gruppo di genitori, lo ribadiamo in attesa che le associazioni sportive accolgano il nostro invito al dialogo, è unicamente propositivo. Non siamo qui per distruggere, ma per chiedere un cambio di rotta chiaro e responsabile.
Vogliamo un progetto sportivo che:
- Valorizzi i ragazzi del paese, creando un vero settore giovanile, e non bisogna fare cassa sulle famiglie.
- Garantisca che gli impianti comunali tornino a essere al servizio della cittadinanza e non limiti l’accesso agli spazi comunali ai residenti.
- Sia trasparente sulla gestione della squadra del paese.
- Offra una scuola calcio accessibile a tutti, con istruttori certificati e competenti nel calcio.
- Attinga dal settore giovanile locale per la prima squadra.
- Crei una filiera interna e una filosofia di gioco, che inizi dai primi calci fino alla prima squadra.
- Sviluppi un legame emotivo più forte con la maglia della prima squadra.
Lo sport deve essere un investimento sulle persone e sul futuro del nostro paese, non un’operazione commerciale. Vi ringraziamo per l’attenzione e speriamo che questo sia l’inizio di un dibattito aperto e costruttivo per il bene di tutti.
“Viva lo sport” “Viva S. Marco!”
