Alla ricerca del libro proibito, LA POESIA di Benedetto Croce

di Tonino DANIELE

Peccato. Già mi vedevo, moderno inquisitore, aggirarmi incuriosito tra scaffali pieni di libri impolverati ed ingialliti alla ricerca di quello proibito, di quello che qualcuno avrebbe voluto che nessuno mai leggesse: pericoloso nei contenuti, eversivo nelle idee, capace di sovvertire credenze indurite e cementate dalla mediocrità. Non ero alla ricerca del secondo libro della Poetica di Aristotele dedicato alla commedia e al riso, ma de La Poesia di Benedetto Croce, e la biblioteca non era quella di una abbazia medievale «di cui è pietoso e saggio tacere anche il nome», ma quella della Fondazione “Pasquale e Angelo Soccio” a San Marco in Lamis.

E già i libri! I libri dicono sempre qualcosa in più delle parole scritte: bisogna – però – saperli leggere: strumenti che bisogna maneggiare con cura abbondano di controindicazioni ed effetti collaterali pericolosi.

Quello cercato (e trovato) dal frate francescano Guglielmo da Baskerville, e nascosto dal monaco cieco Jorge da Burgos, demistificava la paura di Dio e l’autorità della Chiesa, il mio avrebbe smascherato, invece, un’illusione, la convinzione – diffusa ad arte – che il senso genuino della poesia fosse l’andare a capo ogni tanto, scrivere parole una dietro l’altra e non l’atto supremo, la libertà creativa assoluta, la trasformazione reale del mondo terreno.

Ma La Poesia di Croce era lì, insieme a tutti gli altri libri del filosofo e ai tanti che il Preside Pasquale Soccio ha conservato gelosamente nella sua biblioteca, dove ogni titolo nasconde storie, immagini e relazioni che ha voluto prolungare e tramandare, offrendoci la possibilità di incontrarlo e, magari chissà, di continuare a parlarci sfogliandone uno, perché «il libro non è un ente chiuso alla comunicazione: è una relazione, è un asse di innumerevoli relazioni», come ci ricorda Jorge Luis Borges in Altre inquisizioni.

Nella ricerca della verità – però – la conoscenza procede per ipotesi e tentativi, e la sola presenza del saggio di Benedetto Croce sulla poesia tra i libri di Soccio non conduceva a nessuna verità. Quel libro nascondeva qualcosa. Non era sufficiente averlo trovato, individuato tra i tanti. Perché, tra le migliaia, era l’unico che ancora conservava tra le sue pagine un segnalibro? E quale era la pagina “segnata”? E perché proprio quella? Quale era il messaggio che il Preside ha voluto che passasse dalla lettura di quel libro? Tanti gli interrogativi da togliere il sonno anche ad un “moderno inquisitore”.

Che Pasquale Soccio non solo avesse letto ma anche studiato ed approfondito quel testo è un dato acquisito. Nel ’36 il filosofo Lombardo Radice affidò proprio a Soccio la recensione del testo in aula presso l’Istituto Superiore di Magistero a Roma in occasione del settantesimo anno del filosofo.

Rimane – però – un mistero il contenuto della relazione che, molto probabilmente, Croce lesse (ed approvò) in anteprima. Ed è sicuro anche che ne parlassero successivamente nei loro incontri a Napoli e, forse, nei loro rapporti epistolari testimoniati dalle lettere inviate da Soccio al filosofo e conservate presso la sede della Fondazione a lui dedicata. E volete che Soccio non avesse inteso il senso profondo di quel testo? Non ne avesse soppesato ogni singola parola, ogni singola virgola, ogni singolo concetto?

Ed ecco alcune parole della pagina “segnata”, addirittura sottolineate (nella prima edizione del ’36, acquistata a Roma il 29 gennaio dello stesso anno al prezzo di 22 lire e 50 centesimi): «(…) prima che scatti la scintilla poetica non ci sono figure rilevate nella luce e nell’ombra, ma il buio; e solo questa scintilla irradia la luce, la luce per la quale il sorgere di Omero fu paragonato al levarsi del sole sulla terra, e la “chiarezza omerica” è l’attributo d’ogni vera poesia (…)».

Una luce capace di illuminare il mondo, capace di raggiungere l’irraggiungibile. Esprimere l’inesprimibile. Descrivere l’indescrivibile. Dare forma a ciò che avvertiamo prima ancora di saperlo nominare, all’ineffabile, raggiungere ciò che non sappiamo spiegare, tenere insieme gli opposti senza risolverli. Questa è la poesia per Croce e per Soccio, ed è questa l’unica poesia possibile. Non ci sono scorciatoie.

E allora mi ritorna alla mente un breve racconto di Roberto Vecchioni. Il cantautore, narra che si era a fine giugno e lui, bimbo di sette anni, fu portato dal padre nella pizzeria Santa Lucia, a Milano. Quella frequentata dagli artisti. Fu colpito da un omone grosso grosso, parecchio brutto, coi capelli sudaticci che andavano da tutte le parti. Chiese a suo padre: «Chi è?», additandolo. «Oh! quello è Eugenio Montale, un grande poeta». «E che cosa è un poeta?» chiese il piccolo che nulla sapeva. Ed il padre: «Un poeta è uno che vede ciò che noi non vediamo». Uno che lascia parlare la voce dell’anima.

Questa è la poesia per Benedetto Croce e per  Pasquale Soccio, ed è questa l’unica poesia vera: o è o non è, tertium non datur.